Manolo, dai piedi di star fino all'arte dei musei

In mostra scarpe e bozzetti dello stilista Blahnik tra stiletti, "Sex and the City" e Maria Antonietta

Hai studiato arte a Parigi, vuoi fare lo scenografo, una persona importante si appassiona ai tuoi bozzetti e ti dice in un momento di elegante sincerità: è meglio se ti dedichi alle scarpe. Poteva offendersi Manolo Blahnik quando Diana Vreeland, direttrice di Vogue Usa, nel 1971 in sostanza lo invitò a cambiare mestiere. Invece a 29 anni capì che in quel consiglio c'era una passione di cui neanche lui era riuscito a cogliere la portata. L'anno successivo nascevano gli stiletti tacco 18, le prime scarpe destinate a essere chiamate semplicemente «manolos», dal nome di colui che le aveva create e che è oggi lo stilista di scarpe più famoso del mondo. Non più icona delle fashion victims, è uno stilista da museo.

«Manolo Blahnik. The Art of Shoes», dal 26 gennaio a Palazzo Morando, racconta 45 anni di attività di un uomo che ha messo l'amore per l'arte nelle scarpe: 80 bozzetti e 212 modelli divisi in sezioni, ognuna dedicata a ciò che in quel periodo della vita lo aveva ispirato di più, a partire dalla piantagione di banane alle Isole Canarie in cui è cresciuto da agiato fazendeiro, figlio di padre ceco e madre spagnola.

Snob al punto da dire: «Non ho mai visto una puntata di Sex and the City». Come se non sapesse che le donne di mezzo mondo hanno imparato a amarlo e inseguirlo proprio lì, ai piedi di Sarah Jessica Parker, la protagonista della serie tv che ha sdoganato a livello planetario che una donna intelligente, sensibile e colta può avere un debole invincibile per le scarpe, senza essere un'Imelda Marcos e nemmeno una feticista senza speranze di essere curata.

Un successo nazional-popolare, forse troppo per un uomo noto per l'eleganza raffinata. «Le sue scarpe sono buone come il sesso ma durano di più» disse Madonna con una frase diventata subito celebre, mentre Kate Moss si lasciava fotografe in «manolos». Più dandy che trendy, Manolo Blahnik, non grazie alla corte di tante celebrities, ma nonostante loro, alla fine è diventato un classico.

La consacrazione che lo inseguiva dai tempi degli studi parigini gli arriva nel 2006 con «Marie Antoinette» di Sofia Coppola, film e regista che piacciono alla gente che piace, candidato alla Palma d'oro al Festival di Cannes. La sua passione per la figura della regina di Francia, bella, sensibile e sventurata, fa nascere una serie di scarpe dai colori pastello che questa volta fanno impazzire le donne dallo schermo di un cinema invece che dalle vetrine di negozi spesso inaccessibili.

Oggi tocca alle teche. Insieme ai curatori, presenterà lui stesso la mostra a Palazzo Morando, dopo aver mangiato qualche cannoncino di Marchesi che è una delle sue segrete passioni milanesi. Chissà se anche questa volta, come spesso gli è capitato in passato, sarà assalito da qualche fan estasiata e decisissima a farsi firmare la suola della scarpa.