Maria, la rugbista milanese del Cus che ha strapazzato le rivali francesi

Mentre i colleghi maschi collezionano una serie di sconfitte le atlete femminili si prendono la rivincita con l'orgoglio

«Non è che vado a dire in giro che gioco in Nazionale, non mi piace pubblicizzare la cosa. Non so se è timidezza o cos'altro. Ma è una faccenda che di solito tengo per me».

Nell'Italia che domenica scorsa ha fatto la storia del rugby, c'era anche un po' di Milano: si chiama Maria Magatti, ha ventisei anni e gli occhi grigi, estremo del Cus Milano. Era anche lei al «Plebiscito» di Padova, a strapazzare la Francia 31 a 12, e a conquistare il secondo posto nel 6 Nazioni dopo aver battuto pure l'Irlanda: un traguardo che per i colleghi maschi, arrivati al quarto «cucchiaio di legno» consecutivo, sembra lontano galassie. E che premia un gruppo cresciuto negli anni, sfidando fatiche e pregiudizi: come il caustico «non è rugby, non placcano» di Serge Blanco, leggendario estremo francese.

Invece placcano, eccome: lo hanno fatto vedere proprio alle francesi. A Maria il coach azzurro Andrea Di Giandomenico ha ritagliato domenica scorsa un ruolo da finisher: sono i giocatori che entrano in campo quando c'è da chiudere il conto, freschi e aggressivi. Quattro minuti in tutto, ma più che sufficienti per conquistarsi un posto nel pandemonio seguito al fischio finale.

Glielo avessero detto, a Maria, quel giorno in cui al terzo anno di liceo classico a Como il prof se ne uscì con la strana idea di fare giocare le ragazze a rugby, non ci avrebbe creduto: e come darle torto. Dieci anni fa il rugby femminile era una esperienza carbonara. Per anni ha giocato a Como, sulla terra battuta di uno dei peggiori campi del mondo. Poi è scesa a Monza, ed era nella squadra brianzola che nel 2014 strappò lo scudetto al predominio eterno delle venete. E da un anno ha scelto di giocare nel Cus Milano, diventando il perno dello sbarco delle universitarie meneghine in serie A.

Non è stato un anno facile, per le ragazze del Cus: «La maggior parte era alla prima esperienza nel rugby a quindici giocatori, il girone di andata è stato piuttosto complesso. Ma al ritorno siamo andate bene, abbiamo battuto il Treviso e il Cus Torino che sono squadre molto più esperte di noi. Bella soddisfazione, e credo che le prospettive siano ancora migliori».

Certo, quando superi le Alpi e ti confronti con le colosse del Sei Nazioni cambia tutto: «Il livello è totalmente diverso sia come impatti fisici che devi affrontare sia come organizzazione collettiva di gioco. Le prime partite sono state un po' destabilizzanti, lo ammetto. Ma questa Nazionale è un bel gruppo, e la crescita è stata costante. Il segreto? Credo che sia stato nell'approccio del nostro allenatore: da tanti anni siamo focalizzate non sul risultato ma sulla performance, la prestazione. Abbiamo potuto lavorare con calma, senza l'assillo del risultato a tutti i costi, individuando passo dopo passo le carenze. E i risultati sono arrivati. Quest'anno è stato fondamentale anche il fatto di poter giocare tanto: più giochi e meglio giochi».

Rugby ad alto livello, studio e lavoro: come si fa a conciliare tutto? «Non è semplice. Io ho la fortuna che il mio lavoro è al Cus Milano, vado nelle scuole a lavorare con i ragazzini, partecipo al progetto Insieme nelle periferie disagiate: è un lavoro che mi appassiona, perché intanto studio per la laurea specialistica in pedagogia, ma se devo partire per un ritiro o per una tournée il Cus mi agevola in tutti i modi. Per altre mie compagne di Nazionale è tutto più complicato».

E in famiglia, come prendono il fatto di avere in casa una Nazionale di uno sport un po' particolare? «I miei genitori non sono mai stati molto sportivi, devo dirlo.

Come figli siamo quattro maschi e due femmine, mia sorella gioca a calcio e io a rugby... Forse mia mamma sognava di averne almeno una che facesse danza, fare accettare a lei e a papà la mia scelta è stato un po' difficile.

Ma solo all'inizio, poi piano piano hanno accettato la cosa: e appena possono vengono a vedermi».