Maroni avvisa Rizzi «Provi l'innocenza oppure se ne vada»

Interrogato il presidente della commissione Sanità E agli avvocati dice: «Io con la politica ho chiuso»

Luca Fazzo«Con la politica ho chiuso», fa sapere dal carcere Fabio Rizzi, presidente della commissione Sanità della Regione. E il presidente Roberto Maroni gli fa eco: «O Rizzi dimostra la sua innocenza o se ne deve andare». E poiché, leggendo le carte dell'inchiesta della Procura di Monza, appare piuttosto improbabile che Rizzi sia vittima di un errore giudiziario, le parola di Maroni suonano come un epitaffio sulla carriera del giovane e dinamico esponente del Carroccio. «Ho letto gli atti e mi pare ci siano delle prove schiaccianti. Ci sono dei magistrati politicizzati, in questo caso mi pare di poter dire che hanno fatto egregiamente il loro lavoro» ha ammesso ieri a Virus su Rai2. Un epitaffio tanto più brusco quanto era profonda la fiducia che Maroni riponeva in lui fino all'altro giorno: «Di fronte a una persona che conosci da vent'anni, un leghista della prima ora a cui affideresti tutto, sono deluso e incazzato: questo è il sentimento che provo», dice il governatore a Roma, dove è andato a incontrare il capo dell'Anticorruzione Raffaele Cantone.Più che della repentina fine delle sue ambizioni politiche, per ora Fabio Rizzi deve però per adesso preoccuparsi di trovare una via d'uscita all'enorme guaio giudiziario che gli è piovuto addosso e possibilmente di lasciare quanto prima la sistemazione che il pm Manuela Massenz gli ha trovato nel carcere di Monza. Ieri nel suo primo interrogatorio, davanti al giudice preliminare Rosaria Pastore, l'esponente leghista ha rilasciato una lunga dichiarazione: «Ha chiarito tutta una serie di circostanze, tutto quello che riguarda l'impianto accusatorio. Ha fatto lunghe dichiarazioni e sono intervenute domande a chiarimento, ma non ha fatto ammissioni», ha spiegato ai cronisti il suo avvocato di fiducia Monica Alberti. Per capire in che termini Rizzi abbia «chiarito» il suo ruolo nella gestione degli appalti odontoiatrici della Regione e in particolare i suoi rapporti con Paola Canegrati, la zarina delle dentiere, bisognerà aspettare che il verbale di interrogatorio sia messoa disposizione. Di «chiarimento», ma non di ammissioni, riferiscono d'altronde anche i legali della Canegrati, interrogata ieri mattina, e quelli di Mario Longo, collaboratore e spalla di Rizzi (che però nelle intercettazioni definiva poco benevolmente «allevatore di maiali»), sentito dal gip nel pomeriggio. Ma la sensazione è che negare quanto emerge con sconcertante evidenza dall'indagine non avrebbe ormai molto senso e che gli arrestati possano al più cercare di ridimensionare il loro ruolo diretto nel malaffare.«Dagli atti - diceva ieri Maroni - risulta effettivamente qualcosa di non proprio trasparente. Se Rizzi ci convincerà, bene. Sennò dovrà andarsene: chi commette un errore così grave non può più fare politica. Men che meno rappresentare i cittadini nelle istituzioni». Della Canegrati, l'imprenditrice che controllava quasi per intero il business delle forniture odontoiatriche in Lombardia con prodotti peraltro di qualità discutibile, il presidente della Regione intervistato a Porta a Porta ha dichiarato: «Non la conosco. Evito di ricevere persone proprio per impedire che poi vadano dai direttori degli ospedali a dire che conoscono il governatore». Terminato il giro degli interrogatori dei nove indagati finiti in carcere, il giudice Pastore inizierà a sentire i sette complici agli arresti domiciliari. Nel frattempo sulla vicenda è intervenuto il gruppo ospedaliero San Donato, sul quale secondo le carte dell'indagine Rizzi e Longo avrebbero fatto un intervento «a gamba tesissima» per imporre le protesi della Canegrati: «Non appena la società di servizi odontoiatrici Egident è passata sotto la proprietà della dottoressa Maria Paola Canegrati - afferma in una nota Paolo Rotelli, presidente della holding - è stato risolto il rapporto contrattuale. I cosiddetti interventi a gamba tesissima non hanno quindi sortito alcun effetto».