Maroni, c'è la condanna: favorì una collaboratrice

L'ex governatore assolto per il viaggio a spese Expo di una donna dello staff. Ora l'appello

Il processo è durato così a lungo che intanto il mondo è cambiato. Il giorno della prima udienza Bobo Maroni era presidente della Regione, Expo aveva appena chiuso i battenti e il suo grande capo, Beppe Sala, nelle interviste giurava di non avere alcuna intenzione di fare il sindaco. Ieri arriva la sentenza: con Maroni tornato dopo vent'anni a fare l'avvocato, e Beppe Sala robustamente insediato a Palazzo Marino. E il fantasma di Expo che continua a incombere sui destini di entrambi.

Una condanna e una assoluzione: questo il verdetto che il tribunale cala su Maroni. Un anno di carcere, invece dei due e mezzo chiesti dal pm Eugenio Fusco. Come sempre in questi casi il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda dei punti di vista. Maroni può essere contento di avere schivato la condanna per il reato più grave che gli veniva contestato, l'induzione indebita, che in caso di condanna lo avrebbe fatto decadere dalla carica di governatore: nessuno potrà dirgli che si è dimesso per evitare di venire sloggiato per via giudiziaria. Il viaggio (poi abortito) in Giappone in cui aveva imbarcato a spese di Expo la sua fidata Maria Grazia Paturzo non era un reato, e non lo erano le pressioni (ripetute ma tutt'altro che brutali) che il suo staff aveva compiuto sullo staff di Sala per accogliere la donna nella gita. D'altronde Christian Malangone, il direttore di Expo che aveva firmato l'okay, era già stato assolto con sentenza definitiva, e smentire quella sentenza con una di segno opposto sarebbe stato paradossale.

L'amaro per Maroni è la condanna, che insieme a lui colpisce i suoi collaboratori Andrea Gibelli e Giacomo Ciriello, nonché l'altra fidatissima, Mara Carluccio, piazzata ad Eupolis come addetta alla sicurezza, e che in azienda secondo la Procura non mise mai piede. Tutti colpevoli, per i giudici, che così rendono l'onore delle armi al lavoro della Procura. Su questo, qualche chance l'ex governatore potrà giocarsela nel processo d'appello.

Ma ciò che colpiva ieri, nelle ultime schermaglie prima della sentenza, era l'insistenza con cui, da una parte e dall'altra, echeggiavano i nomi di Expo e di Sala: come se l'ombra lunga dell'esposizione universale, insieme ai tanti e rutilanti vantaggi portati a Milano, fosse destinata a condizionarne a lungo la vita politico-giudizaria. Ne sa qualcosa lo stesso sindaco Sala, che a settembre verrà processato per un verbale retrodatato, e che la Procura generale vuole processare anche per turbativa d'asta: tutto per Expo. E di cosa si parla ieri, in aula, se non del ruolo che Sala ebbe nella vicenda più grave attribuita a Maroni, il viaggio della Paturzo a Tokio? Ne parla il pm Fusco, per ricordare che Sala era contrario, e che alla fine se ne lavò le mani: «Sala ha lasciato spazio a Malangone che si era candidato a gestire una patata bollente che andava risolta nell'immediatezza». Ne parla Domenico Aiello, l'avvocato di Maroni, per ricordare che «in Expo Sala aveva due ruoli, uno pubblico e uno privato, commissario straordinario e amministratore delegato» e che a uscire vincente dalla faccenda è stato lui, visto che fa il sindaco; ma anche per segnalare l'aspetto più significativo dell'intera storia: e cioè che Christian Malangone, il dg di Expo che per la Procura era il complice di Maroni, oggi lavora con Sala come direttore generale del Comune. Tutti nel segno di Expo, nel bene e nel male. Fino a quando?