Il marziano dell'Olimpia: Mike D'Antoni per sempre

Ritirata la maglia numero 8 del grande capitano e play di Milano «Più di una squadra, eravamo una famiglia. Quella era la felicità»

Qualche capello in meno, il grigio dominante come giusto per uno nato nel 1951, qualche chilo in più, il sorriso di sempre come quello di suo figlio nato alla Mangiagalli, come quello di Lorell, la moglie trovata da vero Arsenio, doveva uscire per incontrare Russ Schoene, lui fu abile nel rubare i tempi, come sempre, la conquistò e da quel giorno sono la coppia più bella del mondo. Ecco il Michelino D'Antoni che i diecimila del Forum hanno acclamato ieri sera quando nell'intervallo della partita fra Emporio e Malaga è stata ritirata la sua maglia numero otto:" hanno ritirato la mia, ma sul tetto vanno tutte quelle dei miei compagni, una squadra, una famiglia, le notti al Torchietto, le feste sempre insieme. Eravamo gruppo, sputavamo davvero sangue, ma era vita, felicità".

Facile commuoversi per chi lo aveva incontrato al campo estivo dell'Olimpia di quei giorni, era il 1977, la squadra di Milano, passata in mezzo alla tempesta della crisi economica, una delle tante, vestiva il rosso e blu della Cinzano del conte Marone, pantaloncini a righe inguardabili, ma a lui stavano benissimo. Come sempre.

Campo di lavoro in Valtellina, a Morbegno. MIchelino, diventato poi lo storico Arsenio nelle difese milanesi, saltava il pranzo per allenarsi a tirare: " Ho dimenticato l'armonia in America- diceva sbuffando sotto il sole- dai passami la palla che devo tirare almeno 500 volte". Lo facemmo volentieri, anche se l'anno prima, nello stesso posto, il meno dotato Chas Menatti ci aveva raccontato la stessa storia sul tiro rubato. Con lui tutto sembrava diverso. Tirava, segnava, sbagliava, ma sorrideva sempre, anche se poi dentro si macerava.

Il suo primo allenatore italiano fu il conte Filippo Faina, un credente che sapeva cosa era la passione, la sofferenza, ma che davanti a quel genio di Mullen, West Virginia, famiglia originaria di Nocera Umbra, ritrovò la felicità calpestata da un ingiusta retrocessione, mitigata, però, dalla vittoria nella coppa delle coppe, ricaricato dalla promozione dalla A2 dopo un bel duello contro Genova che a quei tempi non era soltanto calcio, ma aveva un palazzo per grande atletica e anche per il basket grazie al lodigiano Tanelli.

Per Faina quel genio della lampada, in Italia arrivavano centri americani, ali straniere, mai un regista, fu la rivelazione: " Quando lo vedemmo la prima volta- dice commosso l'ex allenatore dell'Olimpia che adesso qualcuno finge di non conoscere- ci rendemmo conto che un marziano era arrivato al Palalido. Ricordo che Aldo Giordani, un grandissimo, fece una corsa per dire a Cappellari, il manager delle grandi vittorie, che dovevano convicere Bogoncelli, il presidente che ha inventato il grande basket, a prenderlo subito. Non c'era bisogno di quella partita contro Lugano. Lo aveva già nel suo cuore e infatti quell'estate Mike dormiva da me a Sestri e andava spesso a Rapallo dal Bogos".

Fu amore a prima vista per quasi tutti, soltanto lui soffriva. Il settimo posto al primo anno non gli andava bene. Ma poi arrivò Dan Peterson da Bologna. Anche lui, il nano ghiacciato, aveva perso la testa per Arsenio che l'anno prima, contro la sua Virtus, aveva rubato la palla al divino Roche. Mike era perplesso. Vero che Milano lo aveva già stregato le prime sere nella pizzeria Charlot in via Ravizza, ma nel suo mondo il vero professionismo era sempre e soltanto quello della NBA appena sfiorata. Lo volevano in prova a Chicago. Peterson, fingendo di non sapere che le telefonate del mattino, per via del fuso orario, erano sveglie notturne per Mike, cercava di convincerlo che il suo mondo vero sarebbe stato in Italia. Fu proprio così. Ci è rimasto diciassette anni, vincendo tutto, prima come giocatore e poi anche come allenatore.

In tredici stagioni, fra il 1977 e il 1990 ha vinto con Milano cinque scudetti, 2 coppe dei campioni, 1 Korac, una intercontinentale, due coppe Italia. Lui, Mike, però, soffriva per le sconfitte e ce ne furono tante perché Milano, se non vinceva arrivava comunque alle finali. La sua storia come giocatore finì nel pandemonio dello scudetto di Livorno, squadra a fine corsa, ma lui Meneghin, Premier, McAdoo, non erano mai soddisfatti. Gianmario Gabetti non lo lasciò andare anche se la squadra doveva essere ricostruita, una brutta stagione, 11° posto, e fine della storia, sul campo di gioco a reggio calabria contro Zorzi, ma non a Milano. A lui fu affidata la squadra dell'anno dopo. Era l'allenatore. Finale scudetto persa contro Caserta, una coppa Korac ('93), semifinale di eurolega perduta contro il genio Obradovic ad Istanbul quando Djordjevic, poi suo giocatore a Milano, e Danilovic, stupirono il Vecchio Continente. Con il quinto posto del 1994 finì la sua storia milanese. Lo prese Treviso, prima per le stagioni fra il '95 e il '97, poi per il campionato 2001-2002: 2 scudetti, una coppa europea, 1 coppa Italia, 1 supercoppa, 1 finale di eurolega.

Sembrava stregato da questa luna, era diventato italiano, rifiutandosi di fare il militare, facendo rischiare la carriera a Cappellari, ma il richiamo NBA divenne più forte. Esordiente a Denver, poi il suo basket champagne a Phoenix, allenatore dell'anno NBA per il 2005, fino ai salti nel buio: prima a New York e poi ai Lakers di Los Angeles, il suo inferno, anche se, dopo le dimissioni, continua ad essere pagato dai californiani:" Mi sono sottoposto a molte terapie dopo quella esperienza, ma adesso posso parlarne serenamente, è andata malissimo dall'inizio alla fine, una situazione difficile, sono arrivato nel momento sbagliato e non ho fatto valutazioni corrette prima di tuffarmi nell'evventura. Pazienza. Si va avanti".

Qualcuno gli ha chiesto se potrebbe allenare ancora in Europa e lui respingendo tutte le illazioni, qualcuno lo vorrebbe vedere ancora a Milano, ha detto che allenerebbe solo in Italia:" Sono italiano, il basket è importante, ma anche la vita fuori dal campo conta molto. Non mi offro, nè mi candido, ma se dovessi tornare lo farei soltanto nel nostro Paese".