La Merini mi ha cambiato la vita Era una piccola ape furibonda

Alda Merini mi ha cambiato la vita. Successe in un giorno qualunque, come tutte le cose importanti quando accadono. Era il 1993. Entrai in una libreria e, aprendo un libriccino «mille lire», lessi la sua poesia I sandali. Non so quali cadenze e risonanze generarono in me i suoi versi. So solo che, tornato a casa, mi misi al pianoforte e, senza sforzo, le mie note rivestirono le sue parole. Cercai gli altri suoi libri e scoprii l’incanto dei suoi versi limpidi e incandescenti. Le scrissi una lettera ingenua e speranzosa e lei mi telefonò. Lasciando un messaggio sulla segreteria telefonica - conservo ancora quel primo messaggio - accettò generosamente di incontrarmi. Quando misi i miei occhi nei suoi occhi, capii che sarei sopravvissuto al fulmine del suo sguardo sornione e «chirurgico» solo se avessi accettato di mettermi completamente in gioco.
Le feci ascoltare L’albatros e, sorpreso, la vidi turbarsi un poco: capii che accettava il rischio di incontrarmi sul terreno dell’arte. Ma prima di sentirmi davvero ammesso nel suo mondo, dovetti consentirle di mettere in dubbio tutte le mie false sicurezze, mettere ferocemente a nudo tutte le mie fragilità. Quando andavo a trovarla nella sua piccola e incredibile casa della Ripa, non mancava mai di chiedermi di mettermi al piano - il suo piano perennemente scordato - e si suonava e si cantava insieme. Ogni giorno ci scambiavamo telefonate e lei - tra commenti alle notizie del giorno, invettive e barzellette, disperazioni di chi contempla le vere miserie del mondo (non il proprio ombelico) e sfrenata allegria - finiva quasi sempre per dettarmi una poesia o per far rivivere i suoi «grandi» del passato: Manganelli, Quasimodo, Montale, la Spaziani e Maria Corti, Turoldo, Volponi e Raboni.
Da allora sono passati 16 anni: la mia vita da bohème con Alda Merini, fatta di musica, poesia, palcoscenici esaltanti (l’Altare maggiore del Duomo per il Poema della croce e lo Strehler) e tanta quotidianità: un «matrimonio artistico» - come lei lo ha definito - che domenica ha interrotto solo «il ratto della morte, ballerina sicura che si compiacque della contraddanza» (sue le parole da Epitaffio).
Forse è per sfidare la morte che ad Alda piaceva così tanto ballare al ritmo delle nostre canzoni - con me e anche con Milva, altra compagna straordinaria di giorni felici - leggiadramente poggiando la sua stampella o battendo il tempo, «piccola ape furibonda».
Pochi giorni fa mi disse «tu sei stato la mia musica». Mi ha chiamato il suo «allievo amoroso». Se qualcosa ho imparato da lei sono la gioia e l’autosufficienza dell’arte. Chi mai potrà togliermela? La mia immensa gratitudine e un bacio, per sempre.
*Il maestro che musicava
i suoi versi