«Mi voleva Strehler», un viaggio su come eravamo

Micheli in scena con il monologo sugli anni '70: «Storia di un incontro-scontro con l'istituzione»

Ferruccio Gattuso

«È il monologo recitato dallo stesso attore più longevo della storia del teatro italiano. È la mia casa, ormai ci abito dentro da 40 anni, mi diverte oggi come ieri e diverte ancora il pubblico. Penso che non lo abbandonerò mai». Maurizio Micheli si specchia da tanti anni e con legittimo orgoglio in «Mi voleva Strehler», testo di culto che l'attore porta in scena dal 1978. Dopo più di mille repliche. Oggi, il 71enne interprete e commediografo formatosi al Piccolo, divenuto celebre anche come comico in tv e al cinema (ad esempio, è lui il padre di Checco Zalone nel suo ultimo film «Quo Vado?»), torna nel luogo da dove tutto partì nel novembre 1978: quel Teatro Gerolamo, «la Piccola Scala», palcoscenico nel cuore di Milano. Qui, dal 9 all'11 marzo (ore 20, domenica ore 16, ingresso 34-6 euro, prenotazione obbligatoria info 02.36.59.01.20), Maurizio Micheli torna in scena col monologo venato di tratti autobiografici e al contempo capace di spiegare con ironia l'Italia e l'ambiente artistico della fine degli anni '70.

Scritto con Umberto Simonetta, «Mi voleva Strehler» è un viaggio nel tempo e una lezione sempre utile: tanto che l'attore, insieme al registra Luca Sandri e al professore Alberto Bentoglio parteciperà venerdì 9 (ore 16.30) a una lezione-incontro per gli studenti che poi, la stessa sera, vedranno lo spettacolo. «Festeggio il 40esimo del monologo e il 150esimo del Teatro Girolamo spiega Micheli - non posso nascondere una certa emozione. Questo testo è, ancora oggi, recepibile a vari livelli, ed è questa la sua forza. È la storia di un piccolo uomo di nome Fabio Aldoresi che ha un sogno: è un attore alla vigilia di un provino per lui importante col grande Giorgio Strehler. Tutta la notte studia la sua parte, e questa pressione lo porta a riesaminare la sua storia e a vivere l'approccio con Strehler come un incontro/scontro con l'istituzione. Immerso negli anni '70, il testo rievoca le mode culturali, i tic provinciali dell'epoca, ironizzando sui vari generi teatrali». Un universo, quello di quarant'anni fa, su cui sorridere ma «nel quale prosegue Micheli c'era un'interesse maggiore per il teatro da parte del pubblico, ma anche dei media e della tv. Grazie a quell'ambiente il testo spaccò. Quando lo scrivemmo nell'estate 1978 io e Simonetta non avevamo idea delle potenzialità: anche perché il teatro comico è così, la risata non è mai certa. Lo capisci solo quando vai in scena. Anche alle prove, io, Simonetta e i tecnici eravamo preoccupati. Invece, Mi voleva Strehler ha cambiato la mia vita».

Allora accanto a Micheli c'era un pianista: «Giovanni Del Giudice, che è sempre rimasto con me fino alla sua scomparsa nel 2000: alcuni brani registrati oggi sono ancora suoi», spiega con affetto Micheli. E il grande Strehler, venne mai a vedere lo spettacolo? «Mai spiega Micheli Primo perché lui non andava mai a teatro a vedere gli altri, e secondo perché forse temeva che lo prendessimo in giro. Ma il suo nome era solo un pretesto per parlare d'altro. Paolo Grassi venne quattro volte a vederci con Nina Vinchi, anche lei fondatrice del Piccolo. Però so per certo, me lo disse l'autore delle musiche, il jazzista Patruno che riuscì a fargli avere una musicassetta con la registrazione dello spettacolo, che Strehler, ascoltandola, sorrise almeno tre volte».