Milano capitale preferisce la rivale Roma

Nel Dna dei milanesi ci deve essere una componente masochista: la Mastercard pubblica uno studio in base al quale Milano precede di gran lunga Roma nella classifica delle 75 città più influenti nella economia mondiale (20° contro 47° posto) e subito quasi nove lettori su dieci del Corriere della Sera - di cui presumibilmente metà nostri concittadini - si proclamano in disaccordo in un sondaggio on-line. Siamo cioè al paradosso che, dopo un approfondito studio articolato su ben 43 parametri, un autorevole panel di economisti e sociologi stranieri giudica Milano la vera capitale d’Italia per flussi finanziari, facilità di impresa, contesto politico legale, stabilità economica, disponibilità di informazioni e perfino vivibilità, e i milanesi, invece di gonfiarsi d’orgoglio, dicono «no, non è vero, gli stranieri non capiscono niente, è molto meglio l’Urbe». Ancora una volta si conferma così l’assurda tendenza, alimentata da una certa intellighentia radicalchic e manifestatasi molte volte negli ultimi anni, a piangersi addosso e a criticare per partito preso anche quanto la città offre in tema di eccellenza.
Se vogliamo, non c’era bisogno del nuovo «Worldwide Center of Commerce Index» per sapere che, come piazza finanziaria e motrice del commercio globale, Milano è più efficiente di Roma: è rilevante, tuttavia, che nell’ultimo anno noi abbiamo scalato ben cinque posti in graduatoria, passando dal 25° al 20° posto, mentre Roma è arretrata di quattro, dal 43° al 47°. La capitale ci precede di un soffio soltanto per la situazione delle Università, una classifica in cui peraltro, nonostante l’abbondanza degli Atenei, entrambe le città figurano molto indietro rispetto alle altre metropoli prese in considerazione. In compenso ha perso (forse anche a causa di 15 anni di amministrazioni di centro-sinistra), per via delle deficienze nei trasporti e nei servizi, perfino la competizione della vivibilità che, grazie al clima migliore, all’abbondanza di tesori artistici e alla vicinanza del mare avrebbe dovuto vincere alla grande.
La classifica di Mastercard non è fine a se stessa, ma può avere un notevole impatto sull’ulteriore sviluppo della città. Essa infatti ha lo scopo di indirizzare le aziende multinazionali e le istituzioni finanziarie verso le metropoli più adatte alla apertura di nuove sedi, in quanto in grado di fornire manodopera qualificata, capacità di innovazione e buoni collegamenti internazionali. Non sappiamo se sia stata compilata prima della crisi di Malpensa (che ci avrebbe fatto perdere punti) e dell’assegnazione di Expo 2015 (che invece dovrebbe farcene guadagnare), ma l’importante è la forte tendenza al miglioramento. Al di là della soddisfazione di avere staccato ulteriormente la capitale, rimane comunque ancora molta strada da fare. Se è logico che la graduatoria sia capeggiata, come già negli anni scorsi, dal trio Londra-New York-Tokio, irraggiungibile per tutti, e che anche Parigi e Francoforte ci precedano di diversi punti, non dobbiamo dare per scontato che in Europa davanti a Milano ci debbano essere anche Amsterdam, Madrid, Stoccolma e Copenhagen. I nostri punti deboli sono, secondo l’indice, soprattutto il contesto politico-legale (ma l’incertezza del diritto e le lentezze della giustizia civile non sono colpa della città) e l’ammontare dei flussi finanziari, cui forse è possibile porre rimedio.
Nell’insieme, comunque, in un contesto mondiale in cui le metropoli asiatiche stanno gradualmente sopravanzando quelle europee e americane, Milano conferma la sua antica vocazione agli affari e capacità di aprirsi al mondo: con buona pace di chi non è mai contento di niente, e cerca di convincerci che siamo in preda a una inarrestabile decadenza.