Milano, alla Triennale Fornasetti in mostra

Fornasetti piace (meglio: può piacere) a grandi e piccini, a colti e non colti, ad anziani e ragazzi. Solo alcuni critici, che in qualche fase storica lo additarono come l'apoteosi del kitsch, arricciano ancora il naso

Affrettatevi! La mostra di Piero Fornasetti alla Triennale di Milano chiuderà il 9 febbraio, e perderla significherebbe rinunciare a un vero piacere. Per giunta un piacere trasversale: Fornasetti piace (meglio: può piacere) a grandi e piccini, a colti e non colti, ad anziani e ragazzi. Solo alcuni critici, che in qualche fase storica lo additarono come l'apoteosi del kitsch, arricciano ancora il naso.

Ci si potrebbe interrogare se Fornasetti – che nel 2013 avrebbe compiuto cent'anni – sia stato un vero artista: ma queste catalogazioni le affidiamo ad altri. Quello che colpisce e stupisce è la sua versatilità, il suo eclettismo universale, il gusto per l'accumulazione di oggetti e di idee: tutto irrorato abbondantemente di ironia. Pittore, scultore, decoratore, disegnatore di arredi, Fornasetti fu attratto dalle forme, dalle cose e dagli stili. Lo “stile-Fornasetti” è un misto di matrici classiche e di particolari ottocenteschi, usati con tecniche tipo-litografiche del Novecento. Sarebbe stato solo un buon pittore novecentista se la sua fantasia non lo avesse fatto straripare in ogni possibile esercizio decorativo. Si espresse nella ceramica, nella carta, nel legno, nel metallo, rincorrendo gli oggetti d'uso quotidiano: libri, scatole, calendari, piatti, lampade, paraventi, ripiani di tavoli, mobili, vassoi, vasi, teiere, obelischi, tovaglie, foulard: persino un'automobile! Ebbe alcuni incarichi di ottimo livello, indicativi di un successo riconosciuto e di relazioni importanti: dagli affreschi nel palazzo del Bo dell'Università di Padova, alle decorazioni per il cinema Arlecchino di Milano, agli arredi per lo sfortunato transatlantico Andrea Doria. Importante fu la relazione con Gio Ponti, con il quale non è difficile notare le liaison, specie nel gusto Deco di tante ceramiche.

I suoi stilemi facili e riconoscibili, ironici e allusivi, sono quasi dei marchi ripetuti ma mai uguali, variazioni sul tema: il sole, il viso e gli occhi di una fanciulla tratti da una stampa tipografica ottocentesca, greche di ogni genere, farfalle, carte da poker, obelischi. Smontaggio e rimontaggio di elementi classici, in un gioco un po' beffardo ma che definire postmoderno non sarebbe fuori luogo.

La mostra della Triennale ripercorre tutto il lungo viaggio di questa personalità vivace, dimostrando che il primo, forte elemento ispiratore di Fornasetti (scomparso nel 1988) fu il divertimento. Questo è certo: se non si fosse divertito, egli non avrebbe prodotto tutto questo. E percorrendo le sale, osservando le migliaia di oggetti, emergono, come flash, tante eco di memoria: l'intelligente originalità fanciullesca di Bruno Munari, il gusto provocatorio di Marcel Duchamps, le vecchie astuzie commerciali delle botteghe di Fulgenzi, la forza dissacratrice di Salvador Dalì. Atteggiamenti in qualche modo spericolati di fronte al mistero della creazione. Esemplare una foto in bianco e nero esposta alla Triennale: Fornasetti con la moglie Giulia all'inaugurazione di una mostra negli anni Settanta. Lei elegante, sorridente ma austera; lui, con il viso più serio ma l'animo giocherellone, nell'atto di ficcare un dito tra le natiche di una sua scultura-abat-jour a forma di sedere.