"Il mio Giardino dei ciliegi come ai tempi di Strehler"

Il regista russo presenta l'opera che fu rivoluzionata dal fondatore del Piccolo. «Bello tornare in scena qui»

«Il giardino dei ciliegi» non è solo il testamento teatrale di Anton Cechov, scritto nel 1903 e rappresentato l'anno successivo pochi mesi prima della morte dell'autore. È il congedo di un'intera epoca, visto attraverso gli occhi di un'antica aristocrazia terriera incapace di comprendere il mutare dei tempi e dire addio al passato, e di un nuovo ceto emergente vittima di quella storia che pretende di plasmare. «Una commedia che non fa ridere ma riflettere. Una tragedia che passa attraverso la comicità», la definisce il regista russo Lev Dodin, che con il suo Maly Drama Teatr porta in scena al Piccolo, dal 23 al 26 novembre in prima italiana assoluta (in russo con sovratitoli in italiano), la sua nuova lettura del capolavoro di Cechov oltre vent'anni dopo l'acclamato Giardino del 1996. «Il tempo passa, e anche se non vogliamo diventiamo più adulti», dice Dodin. «Non so se più stupidi o più saggi, certo più capaci di comprendere cose che prima non vedevamo». Come i grandi cambiamenti della storia, grande commedia della quale noi siamo i personaggi. «Da tempo questo testo mi ronzava in testa, ora ne colgo nuovi aspetti». Ad esempio quanto Cechov fu profetico, quanto parli a tutti noi, abituati a vivere nel mutamento. O il fatto che, quando due forze si scontrano, a prevalere è sempre una terza, silente, creata dalle prime due come una sorta di maledizione. Non per niente Dodin si sente «metà Ranievskaya e metà Lopachin», due poli opposti e complementari. Sullo sfondo, lo splendido Giardino dei ciliegi, tenuta aristocratica che Ljuba cerca di conservare con tutte le forze. Quanto tragico c'è in un'opera che, almeno nelle intenzioni, voleva essere una commedia! «Verso la fine della sua vita Cechov voleva provare a tutti che non era angosciato, e per questo decise di scrivere un pezzo divertente. Ma quello che ne uscì fu un divertimento disperato. Non ci fu opera che scrisse con tanto tormento, l'impressione è che più scriveva per divertire, più emergeva il lato tragico, come se fosse il fato a guidare la sua mano». Ma come portare sul palco tutte queste tensioni, passioni, odio e amore? «La prima cosa che dico ai miei attori è di leggere attentamente il testo. Poi di scambiarsi opinioni, impressioni. Si cerca di creare un clima di intimità, perché le cose più vere vengono da dentro di noi». Al Piccolo c'è l'atmosfera ideale per farlo. «Sono felice di poter tornare qui. Questo teatro ti dà un colpo al cuore, è il palcoscenico che ci è più caro nel mondo. E oggi è più vivo che mai». La mente corre a Giorgio Strehler, che negli anni Settanta fece un Giardino dei ciliegi rivoluzionario, dopo averlo già portato in Italia in pieno dopoguerra. «Ricordo che un giorno, mentre provavamo qui al Piccolo, dal buio della platea sbucò Giorgio che mi disse: Il mio Giardino è tutto bianco, il tuo è tutto nero!, e scomparve. Ecco, la sua è una delle interpretazioni che porto nel cuore. Ma ho già detto troppo. Giorgio diceva anche che quando si cerca di spiegare le cose dopo, perdono il loro senso».