Mitra, pupe e ideologia dei vecchi gangster milanesi

Arriva la mostra che racconta la storia della "mala" negli anni ruggenti tra il Dopoguerra e la crisi

Ezio Barbieri assiste in gabbia al processo

La fine dell'innocenza per la malavita milanese ha una data precisa: 27 luglio 1943. Il fascismo è caduto da un paio di giorni, Mussolini è agli arresti, i detenuti politici richiusi a San Vittore vengono liberati. Pochi, qualche decina in tutto. Il resto del carcere di piazza Filangieri è popolato dagli uomini della ligèra, la vecchia e quasi incruenta criminalità dei quartieri popolari: un po' di truffatori, qualche pappone, tanti ladri. Tra loro c'è un ragazzotto che si chiama Giovanni Sobacchi. Un balordo simpatico e vitale, da tutti i punti di vista: nel reparto femminile del carcere, per dare una idea, sono rinchiuse anche sua moglie e la sua amante. Come quasi tutti i detenuti di San Vittore, Sobacchi quando vede aprirsi le porte per i «politici» si convince che sia venuta l'ora della libertà anche per lui: e quando capisce che non è così, si mette a capo della rivolta. Si assaltano la cappella, i magazzini del cibo, le biblioteche. Uno dei pompieri che cercano di bloccare con gli idranti un tentativo di evasione viene ucciso. Così arrivano i bersaglieri con i cannoni e riprendono il controllo del carcere. L'ufficiale dei bersaglieri applica le indicazioni del nuovo governo: fucilazione immediata dei principali responsabili. Sobacchi viene bloccato, insieme a lui Costante Cilea e Mario Mariconti, anche loro poco più che ragazzi. Increduli, tremanti, piangono e chiedono pietà. Il resto del carcere assiste ammutolito alla loro esecuzione.

Quel giorno finì un sogno: quello di una malavita senza colore né bandiere, capace di navigare nelle tempeste della storia con il denaro facile come unico ideale. Sotto la Madonnina fiorì un altro tipo di criminalità, e furono anni ruggenti. Sono gli anni che dal prossimo 9 novembre, a Palazzo Morando, verranno raccontati da una grande mostra curata da Stefano Galli, con centinaia di foto, articoli, filmati, reperti storici. È la mala che va dal dopoguerra agli anni Ottanta, e lì - sulle saghe di Angelo Epaminonda e Renato Vallanzasca - chiude il suo ciclo vitale, scalzata da cupi mafiosi e aridi narcotrafficanti.

Su quei quarant'anni di crimini a Milano molto si è scritto, perché i personaggi che sui due fronti ne furono protagonisti, buoni e cattivi, guardie e ladri, ben si prestavano: e di gente come Luciano Lutring, il «solista del mitra», o come il commissario Nardone, il bianco e nero della mostra racconta alla perfezione il carisma oggi inarrivabile. Ma si faticherebbe a capire appieno le dinamiche di quegli anni se non si ricordasse anche la coloritura ideologica - più ancora che politica - che da allora pervase le diverse gang attive a Milano. Nell'Italia del dopoguerra, era impossibile non schierarsi di qua o di là. E i banditi milanesi non fecero eccezione.

Profondamente fascista era, per esempio, Ezio Barbieri, il più celebre bandito degli anni Quaranta, che la passione per le armi l'aveva maturata nei corsi per giovani voluti da Mussolini (cui pare una volta avesse avuto l'onore di stringere la mano) e che nell'aprile 1946 guidò insieme all'ex gerarca Giuseppe Caradonna la nuova, e ancor più sanguinosa, rivolta di San Vittore. Comunista fin nel midollo era invece Ugo Ciappina, il capo delle «tute blu» che in via Osoppo misero a segno una rapina passata alla storia: anni dopo l'editore e aspirante guerrigliero Giangiacomo Feltrinelli convocò proprio Ciappina nella sua villa sul Garda per addestrare alle armi il primo nucleo della sua organizzazione.

Comunistissimi erano i tre che pochi anni dopo, in largo Zandonai, trasformarono una rapina in un massacro: Sante Notarnicola, Adriano Rovoletto e Pietro Cavallero. Fascista, e forse financo nazista, era Francis Turatello, che si faceva chiamare Faccia d'Angelo (ma alle sue spalle lo ribattezzavano in realtà «Cicciobello») e verrà ucciso in modo orrendo. Qualunquista, ma con una spiccata tendenza a destra, era Renato Vallanzasca (che in batteria con lui aveva anche Angela Corradi, detta «Angela la Svastica»). Angelo Epaminonda, detto «il Tebano», tubava con i socialisti.

Si dirà: cosa c'entra la politica con la malavita? E invece c'entra, perché frugare nelle ideologie di quei criminali aiuta a capirne l'abito mentale, le motivazioni, le debolezze. C'era chi giustificava la rapina come atto di redistribuzione sociale (e infatti uno dei protagonisti di Italian Gangster, grande film di Renato De Maria su quegli anni, si nobilita citando Brecht), e chi all'opposto nella solitudine del mitra ritrovava il superuomo di Nietzsche, il gusto della sfida alla morte. Come il più nero di tutti, Rudy Crovace detto Mammarosa, picchiatore sanbabilino e poi trafficante di eroina. Quando i carabinieri bussarono alla casa dove si nascondeva, aprì il fuoco attraverso la porta. Quelli erano in cinque, risposero al fuoco e lo crivellarono. Si racconta che morì gridando «vaffanculo».