Il monello Caparezza adesso canta l'arte e presenta un album che sembra un museo

«Per me Caparezza è un grande. Non nascondo che lo ammiro». Tranchant al limite dello sprezzante con molti altri colleghi (basti ricordare i giudizi tutt'altro che lusinghieri verso Ligabue), Vasco Rossi è solito riservare parole al miele per l'irrequieto e spesso caustico menestrello-rapper pugliese (di Molfetta), lanciato nel 2003 dal battutissimo tormentone «Fuori dal tunnel». Curiosamente, a Milano avviene un passaggio di consegne tra i due. Archiviato ieri l'ultimo dei quattro «sold out» a San Siro, il rocker di Zocca, ormai per tutti il «Komandante», passa il testimone proprio al signor Salvemini Michele, in concerto domani dalle 21 (ingresso 15 euro) all'Ippodromo del Galoppo, nell'ambito dell'Alfa Romeo City Sound.
Dici Caparezza e la mente va all'outsider a denominazione di origine controllata della musica italiana, un talento ancora fresco e puro (nonostante un successo ormai consolidato) per quanto puri si possa rimanere in questo mondo fatto di note, poche idee (tranne pochissime eccezioni) e bilanci sempre più in rosso.
Il nostro non finisce di stupire: con «Le dimensioni del mio caos» (2008) era riuscito nell'impresa di assemblare il primo fono-romanzo nella storia della canzonetta tricolore. Un album suddiviso in 14 audio-capitoli (i brani sono legati l'uno all'altro da momenti recitati affidati ai doppiatori più importanti di casa nostra) legati a doppio filo a un racconto contenuto nel suo primo libro «Saghe mentali» edito da Rizzoli. Quest'anno, invece, lo ritroviamo (dopo tre anni sabbatici) più creativo e spericolato che mai con la sua ultima fatica, ispirata esplicitamente al mondo dell'arte. «“Museica” è il mio museo, la mia musica, il mio album numero 6. È stato registrato a Molfetta e mixato a Los Angeles ed essendone sia l'autore che il produttore artistico, lo considero come un nuovo “primo” disco», ha scritto su Facebook. «È l'audioguida delle mie visioni messe in mostra. Ogni brano prende spunto da un'opera pittorica che diventa pretesto per sviluppare un concetto. In pratica questo album, più che ascoltato, va visitato. Che sia anche il mio destino?». In effetti, ogni canzone (finito dritto al primo posto delle classifiche di vendita!) cita un'opera d'arte (di Andy Warhol, Frida Kahlo, Vincent Van Gogh, Francis Bacon, persino Giuseppe Pellizza da Volpedo e il suo “Quarto Stato”, come simbolo dello sciopero) cercando di farla aderire alla contemporaneità. Rispetto ai precedenti lavori, fortemente polemici, questa volta Caparezza pare abbia voluto essere più propositivo. Anche se è inevitabile che questo disco richiami «l'attenzione sui tagli alla cultura, l'eliminazione dell'insegnamento dell'arte dalle scuole e la famigerata chiusura dei rubinetti».
Dal vivo, poi, con Caparezza non ci si annoia mai. Al contrario, il suo è un pirotecnico luna park musicale. Un vero e proprio inno alla versatilità. Che è poi il marchio di fabbrica di un artista sempre in prima fila quando si tratta di «frullare» stili, citazioni e rime lontane anni luce da melodie e luoghi comuni triti e ritriti, senza lesinare gag e trovate sceniche. Caparezza è infatti un fine performer, oltre che un rapper. Di più, un cantautore al passo coi tempi (veloci) che corrono.