Moreschi, il re delle scarpe: "Milano è la mia New York"

Dai laboratori di Vigevano a una marchio riconosciuto nel mondo. "Tutto succede qui, e solo qui si respira un'aria così carica di energia"

Una scarpa è una scarpa è una scarpa: parlando con Francesco Moreschi, vien voglia di adattare così la rosa di Gertrude Stein. Moreschi è un tipo con i piedi ben calzati per terra: 45 anni, due figli, esperienze professionali nel mondo (soprattutto Gran Bretagna e Stati Uniti) e senso pratico del lavoro, tipico di certi artigiani o industriali lombardi dei quali oggi si è sfoltita la schiera. Moreschi è consigliere delegato e responsabile marketing dell'azienda (400 dipendenti) fondata dal nonno Mario nel 1946 a Vigevano, tuttora condotta dal padre, GianBeppe, che l'ha portata al successo mondiale. Ai vertici, con Francesco i fratelli Stefano e Mario. «Per fortuna - dice - stiamo uscendo dalla crisi. I segnali sono incoraggianti». Si ferma un momento, Moreschi, perché legge sulla faccia di chi gli fa domande una certa sorpresa. «Sì, l'Italia, e Milano in primis, ha i numeri per farcela. Se noi produttori riuscissimo a coordinarci meglio, saremmo leader mondiali. Purtroppo c'è molto opportunismo, dato dall'ignoranza dell'imprenditore medio che guarda solo al proprio orticello: serve una mentalità più aperta».

I Moreschi non si sono mai fermati all'orticello. Quando, negli anni Sessanta, Vigevano aveva circa 30 mila addetti alla calzatura, e la città divenne nota come sfondo del romanzo di Lucio Mastronardi «Il maestro di Vigevano», il padre di Francesco pensò a un logo moderno (ancora attuale, del designer Fronzoni, con due scarpe contrapposte a formare una «M») e diede l'assalto a Milano. «Con due negozi in centro, in via Manzoni e corso Vittorio Emanuele, dove c'era un Perugina. Andavamo incontro al cliente nella città più moderna d'Italia. Da tempo tutto succede qui. Dove si respira un'aria così frizzante, carica di energia positiva, se non sotto il Duomo?», dice Moreschi con gli occhi dell'innamorato.

«Negli ultimi anni Milano ha fatto molti passi avanti. Ben poco la distacca da Londra, Parigi, New York. Forse è meno curata, forse i trasporti, che il resto d'Italia ci invidia, potrebbero essere più efficienti. Ma qui si sta bene. Incontro intelligenze stimolanti che vengono da tutto il mondo. Non ci si annoia. Vado a letto tardi, casa mia è un'oasi di silenzio, non ascolto neppure la musica per rilassarmi meglio. Ma fuori è un'altra storia: un po' di vivacità, se non la confusione, mi piace». Moreschi - dev'essere una moda per manager e imprenditori - è un gourmet. «Mi attraggono i segreti della cucina, mestiere che come fare le scarpe ha molto di artigianale. Appena apre un nuovo ristorante, ci vado, cerco di conoscere lo chef. Milano è uno scenario incredibile per chi vuole conoscere le ultime tendenze a tavola. Sono diventato amico di tre grandi chef: Davide Oldani, Andrea Berton, Filippo La Mantia. E appena posso faccio un salto da Wicky Priyan, il miglior giapponese della città».

Appassionato d'arte contemporanea, Moreschi non perde una mostra alla Triennale e a Palazzo Reale. «Non scappo ogni weekend, il fine settimana la città è più facile da esplorare». Sì, però è appena tornato da Mosca, dove ha aperto una boutique sulla Piazza Rossa, e da Firenze, per Pitti.

I suoi due cellulari squillano in continuazione. Lo chiamano da Expo, e si scusa se risponde. Expo? «Ho fatto le scarpe per il principe Alberto di Monaco e per gli addetti del padiglione di Montecarlo, vestiti dalla stilista mia amica Chicca Lualdi. Forse Expo non farà i numeri sventolati, anche se bisogna aspettarne la conclusione, ma vedo una coda di presenze in città: i turisti di alta gamma ci sono, bisogna saperli conquistare». Moreschi li conquista dal suo negozio, uno dei tanti monomarca nel mondo, in piazza San Babila: scarpe da uomo e donna, borse, accessori. Creazioni nate da team di stilisti esterni all'azienda che lavorano con tecnici interni. «Tanti suggerimenti arrivano da me, giro il mondo alla ricerca di nuovi materiali e tendenze». Moreschi torna spesso a Vigevano, per lavoro. Se si ferma a pranzo, va alla trattoria La Podazzera, specialità della Lomellina, per non tradire le radici. Non c'entra con le scarpe, ma Moreschi ci tiene a dire che fa volontariato per dare un padrone ai tanti cani abbandonati. «Al sud è una piaga». Poi si congeda dal nostro caffè con una certa fretta: «Mi aspetta il mio cagnolino per una passeggiata al parco».