Morto durante l'arresto, agenti assolti

«Il fatto non sussiste». Bastano due ore di camera di consiglio alla Corte d'assise presieduta da Guido Piffer per spazzare via il caso Ferrulli. La morte di Michele Ferrulli, vivace e sanguigno abitante del quartiere Calvairate, fermato da una Volante in via Varsavia la notte del 30 giugno 2011, non è colpa dei quattro poliziotti che lo bloccarono a terra. Come nel caso Aldrovandi, nel caso Uva, nel caso Magherini, i tanti casi in cui in Italia la morte di un fermato viene attribuita alle violenze delle forze dell'ordine, anche per la morte di Ferrulli sono stati portati sul banco degli imputati i poliziotti che avevano in consegna l'uomo. Per Francesco Ercoli, Michele Lucchetti, Sebastiano Cannizzo e Roberto Piva la pubblica accusa aveva chiesto sette anni di carcere. Ma nulla, della ricostruzione del pubblico ministero Gaetano Ruta, che aveva parlato di «violenza ingiustificata», resiste alla breve discussione tra giudici e giurati nella camera di consiglio. Il verdetto è netto ed unanime. Assolti. «Oggi ha perso l'Italia», dice uscendo in lacrime dall'aula la figlia di Ferrulli.
Non era una sentenza scontata. Perché è ben vero che Ferrulli pesava 147 chili e aveva un cuore troppo piccolo, è accertato che ci dava dentro con l'alcool e con il tabacco. Ma è altrettanto certo che fino alle 22,07 del 30 giugno, quando la Volane chiamata da un vicino arrivò in via Varsavia, era vivo e vegeto. E che pochi minuti dopo era morto, stroncato da un arresto cardiaco che l'autopsia attribuirà alla «tempesta emotiva», ovvero all'overdose di adrenalina scatenata dal diverbio e dal fermo. Così il processo ha dovuto muoversi su un terreno impervio, tra filmati sfocati, testimonianze non sempre precise, registrazioni audio, perizie mediche. Bisognava capire fino a che punto alla reazione di Ferrulli («i documenti non te li do», una spallata, il gesto dell'ombrello) gli agenti avessero risposto secondo le regole d'ingaggio, e se potessero prevedere le conseguenze dello stendere a terra l'omone, a faccia in giù, per ammanettarlo.
Forse la Procura avrebbe avuto il compito più facile se l'accusa fosse rimasta quella iniziale, l'eccesso colposo nell'uso della forza. Invece al momento dell'udienza preliminare il giudice costrinse il pm a adottare la linea dura, contestando ai quattro imputati l'accusa di omicidio preterintenzionale. Così in aula lo scontro è stato frontale. E alla dura requisitoria del pubblico ministero ieri in aula, durante l'ultima udienza, le difese dei quattro poliziotti avevano risposto con altrettanta durezza: «Ferrulli stava violando le regole. In quel momento c'era la violazione di un regola che istituzionalmente le forze dell ordine devono prevenire e sanzionare», hanno detto gli avvocati, e hanno parlato di «gesti canzonatori», «gesti di sfida», «gli agenti chiedono i documenti lui inizia a insultare, “togliti la divisa e facciamo a botte”». Nei filmati, hanno detto, non c'è traccia del colpo che uno degli agenti avrebbe dato al fermato. Gli agenti, insomma, hanno agito «nell'adempimento di un dovere», davanti a un individuo che «dagli insulti stava per passare alle vie di fatto». E hanno chiamato in causa anche la gente del quartiere, che dopo la morte di Ferrulli scese in piazza, e che è sempre stata presente in aula: «Un quartiere problematico, che non si pone in una relazione positiva con le forze dell'ordine».Ma ieri, davanti ad una sentenza che certo non rispecchia le loro attese, gli abitanti di Calvairate reagiscono civilmente.