La moschea? Sì, forse, no Così si costruisce un disastro

Chi costruirebbe la moschea e chi la gestirebbe dopo? Da dove arriveranno i dieci milioni di euro previsti dal progetto presentato dai Centri islamici? E perché il Comune deve mettere a disposizione un'area di 4mila metri a Lampugnano? Eccoli i dubbi che nelle ultime ore hanno prevalso a Palazzo Marino e nella sinistra milanese (non quella radicale, schierata per il «sì alla moschea senza se e senza ma»). Sono questi i motivi per cui il Comune - dopo tante incertezze - ha detto no a quel piano per un luogo di culto al Palasharp. Queste perplessità hanno portato al veto di mercoledì (unite all'irritazione di Palazzo Marino per una campagna mediatica «pro moschea» che è stata vista come una forzatura). La vera stranezza è che l'Amministrazione comunale ha impiegato tre anni, studiando il dossier moschea, per arrivare a porsi queste domande che da sempre molti si fanno. Con grandi tentennamenti.
Il nuovo corso politico-amministrativo di Milano è iniziato con un programma elettorale che, incautamente, prevedeva la realizzazione di un grande luogo di culto in città. La giunta ha dovuto presto prendere atto della irriducibile pluralità del mondo musulmano milanese, attraversato da divisioni religiose, etniche e politiche. Si è passati dunque alla fase delle «moschee di quartiere» e all'idea di realizzare «le parrocchie prima del Duomo». Palazzo Marino dunque, con l'allora vicesindaco Maria Grazia Guida (siamo nell'autunno 2011) ha scelto come interlocutori i centri islamici riuniti nel Caim guidato da Davide Piccardo, mentre la Casa della cultura di via Padova restava fuori dal coordinamento mettendo in guardia sugli interlocutori. Dopo tre anni di incontri, ipotesi e indugi, che hanno indotto il Caim a lanciare una campagna di pressing mediatico, il Comune con l'attuale vicesindaco Ada Lucia De Cesaris è giunto alla conclusione che il Caim non rappresenta tutti, e che aree pubbliche possono essere messi a disposizione solo se tutti sono coinvolti. Un bel pasticcio.
Ora il Caim si appella al sindaco: «Non sono a conoscenza di altri progetti - incalza Piccardo - Dove sono e di chi? Se il Comune valuta che ci siano altre esigenze di altre comunità si diano risposte anche a loro, non è detto che ci sia una sola moschea». E intanto ricorda che il pgt di Milano «non risponde alla legge 12», evocando uno scenario bresciano che consiste nell'impugnazione dello strumento urbanistico (che tuttavia richiede anni e non mesi, quelli che ci separano da Expo). La situazione ormai è incartata, anche perché Via Padova e Caim non sono conciliabili. In Comune prendono forza le voci più scettiche, come quella dell'assessore Carmela Rozza, e l'avvicinarsi delle elezioni non aiuta a sbloccare l'impasse. Mentre il Pd frena, inoltre, Sel spinge e tutto lascia immaginare che andrà all'ennesimo scontro interno. La soluzione più probabile oggi è che la moschea vera e propria sarà rinviata a tempi migliori - dopo il voto - mentre il Comune cercherà di salvare la faccia dell'Expo con una soluzione provvisoria nelle aree di Rho. Scontentando tutti un'altra volta.

Commenti

Giorgio5819

Ven, 14/03/2014 - 22:31

La moschea se la facciano a casa loro. A Milano non pèossono pregare senza moschea? tornino da dove sono venuti, nessuno li rimpiangerà, sono solo problemi che riguardano gli integralisti e i fancazzisti, quelli di loro che sono venuti qui per lavorare lo fanno e stanno fin troppo bene, e quando vogliono pregare lo fanno nel salotto di casa con pieno diritto, ma senza rompere le balle al resto della popolazione. Vogliono l'imam, tornino al paesello che ce ne sono in abbondanza.