Moschee, piano bloccato Comune vicino alla resa

Ricorsi, nuovi vincoli e barricate del centrodestra. E Majorino ora ammette: "Non so se ce la faremo"

Sulle moschee il Comune è vicino alla resa. Che fosse praticamente impossibile veder realizzati prima del voto i minareti di Milano era opinione ormai diffusa. Ma ora è lo stesso assessore, Pierfrancesco Majorino, ad ammetterlo: «Non so se ce la faremo a portare in porto i progetti riguardanti le moschee nei prossimi mesi». Majorino ha parlato del suo piano nel corso di un servizio dell'Aria che tira della 7. E ha fatto riferimento a due ostacoli che Palazzo Marino ha trovato sulla sua strada: la legge regionale - non a caso definita «anti-moschee» - e la «durissima opposizione in Consiglio comunale» - non a caso il centrodestra ha parlato letteralmente di «barricate» in aula. L'assessore-candidato del Pd ha fatto poi sapere che una valutazione più compiuta sarà fatta entro poche settimane. Ma la resa sembra vicina. La giunta di Palazzo Marino in realtà aveva sempre snobbato la legge anti-moschee (così definita dalla sinistra, senza troppo dispiacere dei promotori) ma l'opposizione di Palazzo Marino, che corrisponde alla maggioranza che governa il Pirellone, era ben consapevole dell'impatto delle nuove norme. Non solo, ai piani alti della Regione il piano comunale era considerato destinato ad arenarsi perché difforme anche dalla precedente normativa regionale. Ieri la conferma che i nuovi vincoli potrebbero fermare un percorso che la sinistra ha avviato nel 2011, e che i musulmani aspettano da anni, per non dire decenni.Il condizionale è d'obbligo perché sulla legge «anti-moschee», a questo punto davvero centrale, pende la spada di Damocle di un ricorso governativo davanti alla Corte costituzionale. Il Consiglio dei ministri ha impugnato le norme regionali. Lo ha deciso spinto dalla grancassa della sinistra lombarda e nonostante il fortissimo imbarazzo degli esponenti Ncd, che si sono trovati a impugnare a Roma un provvedimento che hanno varato a Milano. La Regione, comunque, ha tutta l'intenzione di difenderla, la sua legge. «Lunedì - ha rivelato ieri il governatore Roberto Maroni - ho scritto una lettera al presidente del Consiglio Matteo Renzi per chiedergli - alla luce dei tragici fatti di Parigi e della decisione annunciata dal primo ministro francese, Valls, di chiudere le moschee ritenute a rischio di infiltrazioni terroristiche - di bloccare la decisione assunta dal governo italiano di impugnare davanti alla Corte costituzionale la legge regionale lombarda 2/2025 riguardante la realizzazione di nuove infrastrutture religiose, con cui vengono previste una serie di rigide regole, di precisi vincoli e di attente norme di controllo, da rispettare per poter ottenere di edificare nuovi luoghi di culto». La sinistra si è subito sollevato contro Maroni. La coordinatrice lombarda di Sel Chiara Cremonesi ha parlato di «discriminazione» e «propaganda». Il capogruppo Pd Enrico Brambilla si è detto convinto che «la legge anti-moschee di Maroni non fa nulla contro i fondamentalisti». In realtà la legge oggi viene difesa da tutta la maggioranza, compresa Forza Italia: «Introduce senza dubbio regole e controlli più stringenti che senza negare la libertà di culto, offrono garanzie ai cittadini» ha detto per esempio Mariastella Gelmini, coordinatrice azzurra in Lombardia, dopo avere ribadito che il suo partito non intende negare alcun diritto, ma garantire la sicurezza (lo ha fatto nella stessa trasmissione tv della 7, in una significativa assonanza con Maryan Ismail, musulmama della comunità somala ed esponente del Pd).