Un mozzicone e il Dna I misteri dell'omicidio dei fratelli Tatone

Dietro il delitto per cui è in carcere Antonio Benfante c'è l'ombra di una guerra fra clan

Un mozzicone di Marlboro sporco di saliva, trovato nel terriccio accanto a un morto ammazzato. Una vecchia mamma che racconta bugie. E, soprattutto, la sgradevole sensazione di una verità troppo facile da raggiungere, e troppo confortante per tutti.

Domani, in Corte d'assise d'appello, ricompare l'uomo accusato e già condannato all'ergastolo per gli ultimi delitti della vecchia malavita milanese. Lui si chiama Antonio Benfante, a Quarto Oggiaro tutti lo chiamano Tonino Palermo, e non si ricorda che abbia mai lavorato onestamente. Per la Procura, e per i giudici di primo grado, fu lui, all'ora di pranzo del 27 ottobre 2013, a fulminare a pistolettate, nel boschetto dietro via Vialba, Emanuele Tatone, erede di una delle famiglie storiche del quartiere, e insieme a lui Paolo Simone; e fu sempre lui, tre giorni dopo, in una sera di diluvio, ad affiancare in motorino l'auto di Pasquale Tatone, fratello di Emanuele, e a sparargli due colpi di fucile in faccia. «Una storia di bustine», di piccolo spaccio di droga, fu allora la spiegazione ufficiale; si aggiunse che Benfante si era così vendicato di uno sgarro carcerario di vent'anni prima, quando Emanuele Tatone, suo compagno di cella, gli aveva infilato una lametta da barba nel cuscino (ma in cella insieme, si scopre ora, i due non erano mai stati).

Era una verità tranquillizzante, perché sgombrava il terreno dal cupo scenario di una guerra di clan. A cementare i sospetti della polizia, arrivò il provvidenziale atto d'accusa della compagna di Benfante, «è stato lui, me lo ha detto lui». Per il giallo, era sembrata la luce definitiva.

Eppure domani, quando il giudice Silocchi aprirà il processo d'appello non potrà non tenere conto di alcuni dettagli che non quadrano. Sono dettagli in grado di scagionare Benfante, o almeno di allargare il cerchio. Perché intanto si è scoperto che i Tatone davano fastidio a molti. Da qualche anno avevano persino preso a dire in giro di avere preso una sorta di franchising, di licenza per lo spaccio in quartiere, da Biagio Crisafulli, già padrino indiscusso di Quarto Oggiaro, in galera da secoli, che pure tempo prima aveva cercato di fare ammazzare Pasquale Tatone: e ad aiutarlo era stato secondo l'accusa proprio Tonino Palermo, ovvero Benfante, che però era stato assolto. Salvo completare l'opera ad anni di distanza.

Equilibri di clan, rancori decennali, interessi corposi: sono tanti, gli scenari inesplorati dietro la morte dei fratelli Tatone. E forse adesso andranno esplorati, perché troppe cose non quadrano. La prima: dove ha passato le ultime ore prima di venire ammazzato, Emanuele Tatone? A letto a dormire, secondo la matriarca, Mamma Rosa. Ma i suoi tabulati dicono che era ben sveglio, in giro per Milano: a incontrare chi? Perché il presunto assassino, Benfante, quella mattina chiama ripetutamente tale Gatto, la cui nuora se n'è andata con un Tatone, che di quelle telefonate darà spiegazioni contraddittorie e poco verosimili? E poi: perché, dopo averli attirati nel boschetto di via Novate, l'assassino aspetta mezz'ora prima di uccidere Emanuele Tatone e Paolo Simone? Cosa accade in quella mezz'ora?

Nella memoria che depositeranno Ermano Gorpia e Francesco Moramarco, difensori di Bonfante, non ci sono solo domande. Ci sono anche dati oggettivi. Il telefono di Bonfante, al momento del delitto non è nel boschetto: è coperto da un'altra cella Wind, quella orientata verso le case di via Valsassina. E accanto al corpo di Emanuele c'è una Marlboro fumata quasi per intero. Il dna non è né dei morti, né del presunto assassino. Chi altri c'era, nel boschetto di Quarto Oggiaro?