Muore mentre fa pesi: assolta la palestra

Esiste una soglia della resistenza allo sforzo che non sempre sta dove ce la immaginiamo. E anche nel fisico apparentemente più integro il difetto di fabbricazione può essere in agguato. É questo, in sintesi, il ragionamento che ha portato il sostituto procuratore Ferdinando Esposito a chiudere con un nulla di fatto l'inchiesta scaturita dalla morte di un giovane uomo, stroncato da una crisi cardiaca dopo una seduta di allenamento in una palestra cittadina. Da tempo si discute sulla attenzione che nelle palestre si dedica alle condizioni di salute dei frequentatori, che a volte affrontano carichi di lavoro ingenti ma non sempre vengono sottoposti a controlli sanitari adeguati prima di sdraiarsi sulla panca dei pesi. Ma in questo caso, ha stabilito l'inchiesta del pm, non si poteva prevenire la tragedia.
Tutto accade il 12 marzo dell'anno scorso, all'interno della palestra 20Hours di via Bugatti, a Porta Genova. Tra gli appassionati di ginnastica e di culturismo c'è anche Simone Porta, 31 anni. Durante una seduta di allenamento Porta si sente male. Viene soccorso e trasportato d'urgenza all'ospedale San Paolo. Tragitto breve, Porta arriva ancora in vita, ma muore dopo il ricovero. E qui si apre l'inchiesta della Procura della Repubblica, su due fronti: capire se al San Paolo si sia fatto tutto quanto era possibile per salvare il paziente. E, ancora prima, se il trauma cardiaco fosse prevedibile: se la palestra, cioè, prima di ammettere Porta tra i suoi iscritti lo abbia sottoposto a tutte le visite mediche necessarie.
Il fascicolo viene affidato al pm di turno, Esposito, che apre una inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. E affida ai medici legali Giovanni Zotti e Alessio Battistini il compito di rispondere ad una serie di domande. Come è possibile che un uomo giovane e in salute sia stato stroncato da uno sforzo relativamente modesto? E, se Porta aveva dei difetti congeniti, perché non sono stati individuati prima ?
Sulla base delle cartelle cliniche del San Paolo i due consulenti del pm hanno accertato che al pronto soccorso il trattamento fu adeguato. «Non è da ritenersi contraria alle regole dell'ars medica - scrivono - la condotta dei sanitari che hanno prestato le prime cure alla vittima», anzi è stata «corretta e tempestiva e non negligente». Quanto al comportamento della palestra, il pm nella richiesta di archiviazione scrive che «la certificazione da presentare in palestra per l'attività ginnica di tipo non agonistico era generica e non necessitava di particolare indagini tecniche e strumentali, trattandosi di una persona non segnalata a rischio cardiovascolare». «Le circostanze che hanno portato alla morte dell'uomo sono da porre in relazione alla concomitanza di fattori genetici associati ad uno stato di infiammazione del miocardio e sollecitato da un aumento del carico di lavoro del cuore». Nessuna colpa dei medici della palestra, anche perché l'uomo «nel pomeriggio dei fatti non presentava alcun sintomo che potesse lasciare solo lontanamente presagire l'infausto evento».
Forse Porta si sarebbe salvato se in palestra ci fosse stato un defibrillatore: ma la legge che lo rendeva obbligatorio è entrata in vigore un mese dopo la sua morte.