«Natalina voleva morire la figlia l'ha solo assecondata»

I giudici che hanno «declassato» il reato da omicidio ad aiuto al suicidio: una situazione di sofferenza

Cristina Bassi

La solitudine e la disperazione hanno ucciso Natalina. Non solo le sue, ma anche quelle della figlia Silvia che era finita a processo per omicidio. Le due donne, dicono i giudici, vivevano «in simbiosi» nell'appartamento di via Grigna alla Ghisolfa e avevano deciso di andarsene insieme. La più anziana, 82 anni, è morta bevendo un cocktail di farmaci sciolto nel bicchiere di whisky la sera del 25 settembre 2016. Silvia Pasotto invece, medico oggi 61enne, è sopravvissuta alla stessa miscela.

Il pm Giovanna Cavalleri accusava Silvia Pasotto di omicidio volontario premeditato e chiedeva una condanna a 14 anni di carcere. La Corte d'assise (presidente Giovanna Ichino, a latere Ilaria Simi) ha «declassato» il reato ad aiuto al suicidio e ha inflitto il 13 luglio una pena di 4 anni. Ora le motivazioni della sentenza spiegano le ragioni della decisione e descrivono una quotidianità probabilmente comune a tante famiglie che con amore ed esasperazione assistono anziani malati o invalidi.

Da cinque anni, ha raccontato l'imputata, la madre costretta a letto o su una poltrona le chiedeva di farla finita insieme. All'inizio Silvia Pasotto era riuscita a risollevare l'umore dell'anziana, ma poi si era fatta risucchiare dal suo male di vivere e l'aveva assecondata. Natalina Carnelli aveva manifestato più volte, e non solo alla figlia, l'intenzione di morire. «Sono stanca di vivere in questo modo - diceva alla badante -. Questa non è vita». E ancora: «Io senza mia figlia non posso vivere e mia figlia senza di me non può vivere, comunque abbiamo deciso che la facciamo finita tutte e due». Telefonando alla sorella Anna, due settimane prima dei fatti, annunciava: «Ti ho chiamato per salutarti perché partiamo... Sono stanca, sono stufa... Non ce la facciamo più...». La stessa Silvia, sempre alla badante cui aveva chiesto di prendere con sé il cane: «Guarda che siamo qui da sole solo noi, non abbiamo amici che vengono per la casa. Così, non ce la facciamo più a vivere». Nelle ore precedenti alla decisione finale la dottoressa ha scritto alcune lettere d'addio, al plurale. Per i giudici, Silvia Pasotto era «fragile» e «fortemente provata». Conduceva una vita «opprimente, caratterizzata dalla malattia, dalla carenza di rapporti amicali e da un'insoddisfazione sotto il profilo lavorativo». Le attenuanti generiche le sono state concesse per le «precarie condizioni di salute fisica e psicologica» e per il «particolare rapporto di simbiosi e dipendenza dalla madre». Un rapporto «che spesso vedeva Pasotto psicologicamente succube» di Natalina. «Erano in continuazione unite», ha detto la zia Anna in aula. Mamma e figlia non facevano nulla all'insaputa dell'altra: l'imputata, scrive la Corte, si è limitata «a preparare il miscuglio letale di farmaci e whisky davanti alla Carnelli (e non certo di nascosto da lei, per esempio in cucina): quest'ultima era quindi ben al corrente dell'efficacia letale del beverone e del tutto autonomamente e con piena coscienza e determinazione lo ha dapprima assaggiato con il cucchiaio e poi bevuto dal bicchiere». Natalina «fino all'ultimo ha avuto il dominio della propria vita».