Il Naviglio Grande cade a pezzi nonostante i rattoppi milionari

La Regione è pronta a stanziare 1,5 milioni di euro entro dicembre Ma per rifare un chilometro di sponda ne servono dai tre ai cinque

Il Naviglio Grande ha più di ottocento anni e, in alcuni punti, li dimostra proprio tutti. Nonostante gli stanziamenti della Regione Lombardia per tutto il «sistema Navigli» - 75 milioni di euro dal 2003, cui si aggiungono i 4,9 milioni frutto di un recente accordo con il ministero dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture - e i molti lavori completati o messi in cantiere, l’annunciata riqualificazione della prima opera idraulica milanese è solo agli inizi. Mentre il Parco del Ticino pochi giorni fa annunciava il «divieto di circolazione pubblica sul tracciato ciclopedonale» nei tratti dei comuni di Magenta, Boffalora Sopra Ticino e Cuggiono a causa dei «cedimenti strutturali e di erosione della sponda», i dati che arrivano dalla Navigli Lombardi, la società consortile (costituita da Regione, Provincia di Milano e Pavia e 46 comuni rivieraschi) incaricata della gestione del canale, non sono confortanti: «Limitandoci al Naviglio Grande e volendo essere ottimisti bisogna ricostruire almeno il 25 per cento delle sponde, ma servono tempo e soprattutto soldi» dice il responsabile tecnico Giovanni Mantoan, che azzarda anche una stima: «Dai tre ai cinque milioni di euro per chilometro».
Una cifra enorme, considerando che le sponde rappresentano solo il primo passo del lavoro di riqualificazione, che comprende anche il recupero dei molti edifici storici, la costruzione di ponti e piste ciclabili, il restauro dei mulini e così via. Tutti passi obbligati, oltre che per motivi di sicurezza, anche in ragione dell’avvio, a partire dall’estate del 2006, della navigazione turistica. In uno dei comuni interessati dai recenti cedimenti, Gaggiano, si vocifera che il cosidetto «battellino» sia il vero responsabile dell’erosione: «Gli agricoltori sono inferociti e minacciano petizioni alla Regione» dicono in paese. Mantoan smentisce questa ipotesi: «I nostri studi dimostrano che le ripercussioni della navigazione turistica sono minime - dice -. Si tratta piuttosto di cedimenti strutturali, dovuti alla vetustità del Naviglio e peggiorati dai repentini cambiamenti nella portata dell’acqua, che aiuta le sponde a “sorreggere” la terra e l’acqua di falda». In poche parole, nei periodi di secca, gli argini devono fare tutto da sé e, essendo così vecchi, cedono. «In realtà l’area del Parco del Ticino non è quella messa peggio. I problemi più grossi sono altrove - continua il geometra -. A Trezzano abbiamo da poco messo in sicurezza un’area di 25-30 metri. Lì il muro era crollato portandosi dietro anche un pezzo di pista ciclabile. Per non parlare della parte compresa tra il ponte di via Valenza, a Milano, e Corsico». Un’analisi ribadita anche dal presidente della società Emanuele Errico che, interpellato dall’associazione Fiab-Ciclobby sui cedimenti delle sponde e sui tempi della chiusura delle piste ciclabili, risponde in una nota che «la navigazione turistica non mina la sicurezza dei cicloturisti», rammentando che il problema sono piuttosto i decenni di incuria dei canali. In effetti, basta fare un giro lungo l’alzaia per rendersene conto. Superato il ponte di via Valenza, andando verso Corsico, gli argini sono un susseguirsi di buchi, crepe, cespugli selvaggi che si insinuano tra le vecchie pietre, qua e là qualche rattoppo di mattoni rossi: «Non bisogna fermarsi al puro dato visivo - spiega Mantoan - perché il buco lungo la sponda di Magenta, a ridosso della pista ciclabile, non ha lo stesso peso di quello lungo l’argine che si affaccia sulla Vigevanese, dove transitano centinaia di Tir e il rischio di crollo è molto maggiore». Un esempio si trova all’altezza di Abbiategrasso: qui buona parte degli argini è già stata ricostruita, ma lungo la sponda confinante con la provinciale alcuni tratti fanno pensare ad un «gruviere».
Per qualunque intervento, però, bisognerà attendere la prossima secca, pianificata per ottobre: «Condurremo un’analisi dettagliata delle sponde e presenteremo un progetto». A questo punto, l’esito dovrebbe essere l’inizio dei lavori. Il condizionale, però, è d’obbligo visto che la società nominata come «soggetto unico» deve in realtà passare attraverso un dedalo di autorizzazioni, dai Comuni alla Provincia, dalla Provincia alla Regione, dalla Regione al Parco e così via, prima di poter essere operativa. Il problema maggiore, comunque, resta quello dei fondi. «Pur non avendo competenza diretta stiamo predisponendo un piano strategico complessivo per interventi di manutenzione straordinaria su tutti i 160 chilometri di sponde - dichiara il presidente Errico -, interventi che richiedono risorse pari a 300 milioni di euro e che devono vedere coinvolti più attori, pubblici e privati». Intanto, dall’assessorato alle Opere Pubbliche della Regione fanno sapere che, entro dicembre, verranno stanziati altri 1,5 milioni di euro. Un «goccia» nel mare che, nella migliore delle ipotesi e stando ai calcoli dei tecnici della Navigli Lombardi, consentirà un «rattoppo» di 500 metri.