'Ndrangheta, maxi condanne per il clan Valle

Avevano messo radici in Lombardia. Tenevano a strozzo piccoli imprenditori e commercianti. Controllavano un grosso giro di estorsioni e usura. Al sicuro dalle denunce, nel magma della cosiddetta «zona grigia», delle minacce e della violenza. Da anni, l'hinterland Sud-Ovest di Milano era il regno del clan calabrese dei Valle-Lampada. Ma ieri è arrivata la condanna dei boss. Il collegio della settima sezione penale, infatti, ha inflitto la pena più alta a Francesco Valle, patriarca 74enne del clan, e al figlio Fortunato Valle, dichiarati «delinquenti abituali»: 24 anni di carcere, e 3 anni di casa lavoro a pena espiata. Inoltre, il tribunale ha condannato a 15 anni e mezzo di reclusione più 2 anni di libertà vigilata a pena espiata l'altra figlia del capo cosca, Angela Valle, e 7 anni alla nipote Maria.
In totale, sono 13 le condanne pronunciate ieri, nel processo a carico dei 14 imputati con le accuse di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, usura, intestazione abusiva di beni e attività finanziaria abusiva. Tra i condannati anche due imprenditori e un architetto, per i quali però è caduta l'accusa di associazione mafiosa. Assolto solo Alessandro Spagnuolo, figlio di Antonio, a cui invece sono stati inflitti 16 anni di reclusione. L'inchiesta, condotta dalla Dia e coordinata dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini (nella foto), nel luglio del 2010 aveva portato a un maxi blitz contro la cosca calabrese, sbarcata in Lombardia negli anni Settanta. Il quartier generale era una tenuta di Cisliano («La Masseria», dal nome di un ristorante), dove abitavano alcuni membri del clan. Un bunker dotato di sofisticate apparecchiature di sicurezza. Francesco Valle, invece, era al sicuro in un'abitazione nel comune di Bareggio, circondata da impianti di videosorveglianza e protetta da cani da guardia. La «cassaforte» della cosca, invece, si trovava a Milano, dove gli investigatori hanno trovato migliaia di euro in contanti, piovuti nelle tasche dell'organizzazione grazie alla gestione dei videopoker.
Sempre ieri, in un'altra aula del tribunale, una costola della stessa indagine ha portato alla richiesta di condanna a 4 anni di reclusione per il giudice Giancarlo Giusti, arrestato lo scorso 28 marzo. Il magistrato, secondo i pm, si era messo a disposizione della cosca, in cambio di tangenti e «trasferte» in hotel a cinque stelle in compagnia di belle donne.