Nel Canton Ticino capolavori russi tra passato e futuro

Al Museo LAC i contemporanei Kabakov a confronto con le avanguardie del '900

Mimmo di Marzio

Il Canton Ticino è da sempre una tappa fuoriporta irrinunciabile per gli appassionati di arte moderna e contemporanea. La recente apertura del nuovo Museo Lac di Lugano, disegnato da Ivano Gianola, ha condensato un ricco programma espositivo che fino a un anno fa era distribuito su varie sedi. Ma soprattutto ha trovato una felice destinazione per la prestigiosa collezione Giancarlo e Danna Olgiati - un corpus di oltre 500 opere tra dipinti, sculture, disegni, foto e libri d'artista - che fa da base a una programmazione parallela al piano «meno uno» del museo. Una programmazione di livello alto perchè fa vivere la ricca collezione sulle avanguardie del XX e XXI secolo in un percorso curatoriale che tesse anche legami con il contemporaneo. Come nel caso della mostra inaugurata nei giorni scorsi in concomitanza con l'esposizione ai piani superiori dedicata a Paul Signac.

Rappresenta una vera e propria chicca per palati fini l'opera totale «site specific» pensata e allestita dai coniugi russi Ilya ed Emilia Kabakov, due tra personalità artistiche viventi più di spicco del panorama internazionale. La mostra si intitola «The Kabakovs and the Avant-Gardes» e inventa un dialogo inedito e ideale tra la coppia di artisti contemporanei e le avanguardie storiche, nella fattispecie un nucleo di dipinti e disegni del primo Novecento provenienti dalla collezione Olgiati tra cubofuturismo russo, suprematismo, costruttivismo, futurismo italiano e astrattismo europeo. Quasi tutti capolavori. «Ricordo nitidamente - dice Giancarlo Olgiati - il giorno in cui Ilya Kabakov a casa mia scelse senza esitazione le opere che gli servivano per il suo progetto. Voleva quelle e soltanto quelle». Le opere, in tutto ventisei, vanno da «Raggismo» di Michail Larionov a «Suprematismo» di Kazimir Malevic fino a «Parole in libertà» di Tommaso Marinetti. Capolavori presi in prestito per un'opera totale di cui è parte integrante lo stesso allestimento architettonico che stravolge la pianta museale e che pone le opere vis a vis con altre sette realizzate dagli stessi Kabakov. L'idea, sulla carta, potrebbe apparire quasi un omaggio velleitario se non fosse per una ragione profonda. I Kabakov, che sono alla vigilia di una grande antologica alla Tate Modern di Londra, da sempre focalizzano la propria opera sulla critica alle contraddizioni della società sovietica, l'ascesa e la caduta della mitologia totalitaria, le condizioni di vita nella Russia post-stalinista. Operando sullo spazio come quello di una scenografia teatrale, gli artisti anche stavolta traggono linfa dalla travagliata storia dell'ex stato sovietico facendo rivivere le avanguardie quali simbolo estetico delle utopie politiche (quella comunista, ma anche fascista); dell'installazione fanno però parte anche i loro dipinti, alcuni volutamente retrodatati, che rappresentano una sorta di grottesca parodia di tutta l'arte ideologica del Novecento. Giovani con il fazzoletto rosso al collo (in partenza per il fronte?) salutano sorridenti su una tela a forme di croce suprematista; un padre e un figlio giocano agli scacchi in un'apparente privacy domestica. Immagini e narrazioni di quel «mondo nuovo» paventato dalle avanguardie russe (e non solo) ma di cui i personaggi di Kabakov paiono incarnare tutta la disillusione.