Nella Casa del Manzoni suor Gertrude diventa una mostra

In 35 opere del pittore Alberto Schiavi gli episodi drammatici dei «Promessi sposi»

Elena Gaiardoni

E se il racconto de «I promessi sposi» fosse una visione letteraria della monaca di Monza? Costretta a essere chiusa in convento, la donna creò un romanzo per sfogliare giorno dopo giorno la sua insostenibile tristezza, come se avesse tenuto un diario di quella vita che ella non poteva vivere. E' un assurdo letterario quello che abbiamo azzardato, ma viene tra le dita vedendo la mostra del pittore Alberto Schiavi, «I promessi sposi» appunto, nella casa di Alessandro Manzoni fino alla fine di giugno. Dietro la feritoia della clausura, molto più che clausura a dire il vero, perché la religiosa fu condannata a essere sepolta viva dall'arcivescovo Federico Borromeo a causa della relazione con il conte Gian Paolo Osio, gli occhi di suor Virginia Maria, al secolo Marianna de Leyva y Marino, sono l'unico sguardo vivo, acuto, vero che Schiavi disegna. Solidi occhi scuri che non ti tolgono lo sguardo di dosso, ovunque tu guardi.

«Sono stato catturato da suor Virginia Maria. La sua storia atroce continua a chiedermi di dipingerla, come per liberarla» dichiara l'artista nella casa di piazza Belgioioso. In due stanze si presentano le trentacinque opere dedicate alle traversie di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, per la prima volta nella dimora di Alessandro Manzoni. Il volto magnifico e molestato della Monaca di Monza esprime una delle tante forme di femminicidio, consumato goccia a goccia. La vicenda di questa donna, forte e passionale, è quanto di più moderno e attuale un artista possa raccontare. Si distinguono i ritratti di Marianna: dipinti dal segno pulito, deciso, fermo, emergono come un cammeo cesellato, mentre tutta l'arte di Schiavi sfuma in forme delicate, definite solo da immanenti spirali di luce, come se la realtà fosse un'indipanabile stratificazione di onde d'energia. Predomina il giallo nel racconto di quel «Fermo e Lucia» che rimane l'unico grande romanzo storico della nostra letteratura.

È il riverbero della madreperla la qualità originale di questo artista milanese, che si è misurato con la scrittura di giganti come Dante Alighieri e Alessandro Manzoni, assorbito più dalla descrizione della realtà che dalla realtà stessa, perché la parola è una cornice che ritaglia dei corpi la loro più spirituale vibrazione. Il Verbo non è solo carne, è una materia che trascende e comprende la carne in una sostanza che, fatalità, trova se stessa nella stessa meta della poesia: la gloria umile e eterna.