«Nessun favore al boss» Assolti in appello i due super-poliziotti

Non è frequente che un procuratore generale si alzi in udienza, prima che i giudici si ritirino in camera di consiglio, e si dichiari certo dell'innocenza di imputati per cui altri suoi colleghi hanno già chiesto la condanna. Ma Carmen Manfredda, sostituto procuratore generale a Milano, ieri sapeva di avere davanti imputati di un genere particolare: Filippo Ninni e Carmine Gallo, due poliziotti di lungo corso, due sbirri che per una vita hanno combattuto il crimine organizzato. E che si eran ritrovati sul banco degli imputati per una vicenda a metà tra il kafkiano e il torbido: i carabinieri li accusavano di procurata evasione, come se avessero fatto scappare dal carcere Totò Riina. Invece la «procurata evasione» consisteva banalmente nell'avere tollerato che un pentito di 'ndrangheta rientrasse con qualche decina di minuti di ritardo a casa, agli arresti domiciliari. Eppure per questa accusa Ninni e Gallo erano stati trascinati sul banco degli imputati dalla stessa Procura che per vent'anni si era servita delle loro indagini: e in primo grado erano stati condannati. Ma ieri, in appello, la Manfredda si associa alla richiesta di assoluzione avanzata dai difensori dei due poliziotti (Angelo Colucci per Ninni, Antonella Augimeri e Gianluca Maris per Gallo). E la corte d'appello accoglie le richieste.
Ninni ormai é in pensione, Gallo é stato esiliato al commissariato di Bollate. Ma la sentenza che ridà l'onore ai due poliziotti solleva un interrogativo: perché? Perché si é voluto che il patrimonio di professionalità di due servitori dello Stato come Ninni e Gallo venisse buttato alle ortiche per una accusa destinata a rivelarsi infondata? Sono dubbi che vengono rafforzati dalle dichiarazioni del pentito, che a verbale ha dichiarato che i carabinieri gli avevano promesso l'impunità da ogni accusa, bastava che facesse il nome di Gallo, finendo per ritrovarsi inquisito e condannato, oltre che per evasione, anche per calunnia ai danni dell'Arma per queste dichiarazioni. Ma ieri l'accusa di calunnia decade. La Corte d'appello, dunque, non ha reputato del tutto stravaganti le sue dichiarazioni.
In attesa di leggere le motivazioni della sentenza d'appello, diventa interessante vedere come si comporterà la Procura in relazione all'altra inchiesta a carico di Carmine Gallo, e sulla cui consistenza pure è lecito nutrire qualche dubbio: il commissario Gallo era stato accusato dai pm di Venezia di associazione per delinquere finalizzata al narcotraffico, e tutto ciò solo per i suoi rapporti con un vecchio confidente, Federico Corniglia: uno che con le sue soffiate ha permesso a Gallo e alla Procura milanese di risolvere una quantità di casi. Dopo essere finita sui giornali e avere travolto Gallo, l'inchiesta veneziana ha rallentato la sua corsa. Poi, pian piano, tutti gli indagati sono stato prosciolti. La presunta associazione, insomma, non esisteva. Gallo si é ritrovato unico indagato, unico presunto membro di una associazione inesistente. Alla fine il fascicolo contro di lui è stato inviato a Milano, alla Procura dove fino a poco fa per Carmine Gallo si aprivano tutte le porte. E qui se ne sono perse le tracce.