No al Daspo Gli ultrà liberi di insultare anche i morti

Allora va bene un po' tutto. E hai voglia a dire che deve cambiare la cultura dello sport, che gli stadi vanno «ripuliti» dai violenti, o che serve la «tolleranza zero» contro le frange più estreme degli ultras. Basta una sentenza, e le buone intenzioni vanno a farsi benedire. Lo sanno alcuni tifosi del Milan, colpiti dal Daspo per aver esposto due striscioni durante una partita a San Siro tra Milan e Juventus, e riammessi negli stadi grazie ai giudici del Tar.
Il primo, infelice striscione: «Felix, 36 km di volo e muro del suono rotto, ma mai spettacolare come il lancio di Pessotto». Felix è Felix Baumgartner, il paracadutista austriaco che si è lanciato dalla stratosfera. Pessotto è Gianluca Pessotto, ex giocatore e ora dirigente dei bianconeri, che nel giugno del 2006 ha tentato il suicidio gettandosi dal tetto della sede della squadra torinese. Secondo striscione: «Speziale e Micale innocenti». Ovvero, innocenti i due ragazzi condannati per la morte dell'ispettore capo Filippo Raciti, ucciso in servizio durante gli incidenti scatenati da una frangia di ultras alla fine del derby Catania-Palermo. Non meriterebbero - i tifosi rossoneri - di guardarsi le partite comodamente in tv? Non secondo i giudici del tribunale amministrativo. Che ne hanno accolto il ricorso sostenendo che sì, «la frase sull'ex calciatore Pessotto si connnota come un'incivile espressione di mero e inaccettabile scherno», ma che questo non basta per far valere il Daspo, ossia il divieto di assistere a qualunque incontro di calcio a qualsiasi livello sul territorio nazionale. Quanto poi alla «proclamazione di innocenza» di Speziale e Micale, «seppure altamente stigmatizzabile, non pare costituire di per sè una forma di comprensione verso l'atto criminale compiuto nei confronti» di Raciti. Sicuri?