No Expo, il Comune si sveglia. Questa volta sarà al processo

Dopo l'incredibile assenza nel primo dibattimento ora c'è la richiesta di danni. Ma potrebbe essere inutile

Meglio correre ai ripari. Dopo che nel primo round processuale contro i No Expo il Comune aveva fatto una figuraccia (per non parlare del danno economico alla città) non facendosi vivo, questa volta ha deciso di costituirsi parte civile nel nuovo procedimento che comincia mercoledì prossimo. Alla sbarra ci saranno (ma solo virtualmente) cinque antagonisti greci e un ragazzo comasco, M.R.C., accusati di aver partecipato ai disordini che il Primo maggio 2015 misero a ferro e fuoco le vie del centro.

La «deliberazione» della giunta è stata emessa con urgenza, anche se la richiesta di risarcimento danni rischia di essere inutile. Andiamo con ordine. L'atto, su proposta del sindaco Giuseppe Sala, dà mandato agli avvocati comunali di prendere parte al processo che si svolgerà con il rito abbreviato davanti al gup Gennaro Mastrangelo. Salvo sorprese, visto che Mastrangelo è stato temporaneamente assegnato ad altra sede. Lo scopo è appunto quello di ottenere un indennizzo per gli «ingentissimi danni», come si legge, «patrimoniali e non patrimoniali, anche all'immagine» causati dai disordini contro Expo. In caso di condanna toccherà agli imputati ripagare Palazzo Marino.

Il documento del Comune riassume come è andata in occasione del primo processo, quello contro quattro No Expo italiani. La sentenza di primo grado è del giugno 2016, quella di Appello del marzo di quest'anno. A conti fatti, per tutti e quattro i giovani è caduta l'accusa più grave, quella di devastazione e saccheggio. Il Viminale e Unicredit - alcune filiali vennero distrutte - hanno chiesto e ottenuto con varia fortuna un risarcimento. Mentre il Comune di Milano, si parla dell'amministrazione Pisapia, è stato il grande assente. «A causa - scrivono oggi i legali del Comune - di un'incompleta elencazione delle persone offese dai reati, il Comune di Milano non aveva ricevuto la notificazione del decreto di giudizio immediato e dell'avviso fissazione udienza per la celebrazione del giudizio abbreviato». L'ufficio, insomma, non conosceva la data della prima udienza. Anche se era scritta su tutti i giornali.

Acqua passata. Questa volta per fortuna la notifica è arrivata e l'ora X è segnata in agenda. C'è l'occasione di far sentire la voce della città ferita. Non tanto rivalendosi in sede civile contro i «vecchi» imputati (vista come è finita in Appello), quanto chiedendo i danni ai «nuovi». Anche qui però spuntano gli ostacoli. La Grecia non ha concesso l'estradizione dei cinque antagonisti ellenici, arrestati insieme ai cinque italiani e considerati dagli inquirenti tra i più duri del «Blocco nero». Uno dei motivi del rifiuto è che non esiste nel codice greco il reato di devastazione. I cinque dunque non saranno al processo e non sconteranno l'eventuale pena né pagheranno l'eventuale risarcimento. Pur pendendo sulla loro testa un Mae (Mandato di arresto europeo). Rimane il quinto manifestante italiano, pure destinatario dell'originaria misura cautelare e poi stralciato dal primo procedimento. Negli ultimi due anni è sempre stato all'estero, «latitante» per la Procura. Comunque irreperibile. È molto difficile che torni in Italia per farsi giudicare. E, se sarà riconosciuto colpevole, per pagare.