«No alla mostra su Ferrè Quell'azienda è in crisi»

«Una messa nella chiesa di San Marco a una settimana dalla morte». Ecco la sola cosa fatta a Milano per ricordare Gianfranco Ferrè secondo Rita Airaghi, cugina e braccio destro dell'architetto-stilista scomparso il 17 giugno 2007. La signora che ora è direttore della Fondazione Gianfranco Ferrè, ha appena incassato dal consiglio di Camera Nazionale della Moda Italiana un secco rifiuto al progetto di trasferire in una sede milanese per le prossime sfilate di settembre la mostra «La camicia bianca secondo me» in corso fino a fine giugno al museo del Tessuto di Prato. «Noi non avevamo chiesto niente – racconta Airaghi – è stata Camera Moda nella persona dell'amministratore delegato Jane Reeve e del presidente onorario Beppe Modenese a caldeggiare l'idea: hanno visto la mostra trovandola come tutti di altissimo livello. Ai primi di maggio ci siamo incontrati per fare il preventivo dei costi vivi prima di identificare una sede espositiva. Parliamo di poche decine di migliaia di euro per trasporto, imballaggio, allestimento e assicurazione: una cifra davvero modesta cui la Fondazione avrebbe anche potuto contribuire. C'era solo il problema di chi doveva intestarsi il biglietto, ma anche questa era una cosa da poco: bastava volerlo. L'altro ieri come un fulmine a ciel sereno arriva un no motivato in modo a dir poco surreale: non sarebbe il caso di fare una mostra su Ferrè durante le sfilate perché il marchio, acquistato dal Paris Group di Dubai, non è più italiano, versa in gravi difficoltà economiche e ha licenziato tutti i dipendenti. È incredibile. La Fondazione non ha nulla a che vedere con la società, noi custodiamo l'eredità estetica e culturale di una persona che è una gloria di Milano». Dire che la signora ha ragione è poco. Infatti Ferrè è stato tra i fondatori del Made in Italy con Armani, Versace, Krizia e i Missoni, ma oltre a questo il suo legame con la città era talmente profondo da risultare in certi momenti commovente. «La nostra stazione è un'elegante assurdità» diceva ad esempio passando in piazza Duca d'Aosta dove, a sentir lui, prima o poi sarebbero atterrati anche i cavalli alati scolpiti da Armando Violi. Nato a Legnano nel 1944, si è laureato al Politecnico di Milano nel 1969 «senza mai cedere all'eskimo e alla barba guerrigliera» amava dire Ferrè nei suoi elegantissimi panciotti dal taglio austro-ungarico che lo smagrivano molto più delle diete con cui aveva un rapporto molto conflittuale. Nel '74 fonda l'azienda e per 30 anni miete successi d'ogni tipo compreso diventare il direttore creativo di Dior nel 1989 quando Bernard Arnault gli chiede di rifondare lo storico marchio francese. Ci riesce in pieno consegnando un vero e proprio gioiello nelle capaci mani di John Galliano per ritornare a occuparsi in esclusiva della sua maison. Ormai, però, qualcosa si era rotto nei rapporti tra lo stilista e il suo storico socio, Franco Mattioli e nel 2000 comincia quell'infausto passaggio di azioni che porterà la società sotto il controllo della It Holding di Tonino Perna. È l'inizio della fine con il tristissimo epilogo dell'incauta cessione del brand a questo non meglio conosciuto Paris Group di Dubai che ne ha veramente fatte di tutti i colori. Tanto per dare un'idea oggi nel negozio Ferrè di Via Manzoni vendono tappeti mentre non si riesce nemmeno a sapere che fine ha fatto la storica piscina di Biki nel giardino di via Sant'Andrea trasformato in lussuosissima Spa. «Questo è niente – dice dalla Cina Mario Boselli – ho le prove fotografiche delle cose imbarazzanti che stanno facendo con il nome Ferrè qui in Oriente. Temo sia impossibile far capire al pubblico la differenza tra il marchio e la fondazione, per cui Camera Moda non può promuoverli». Più conciliante Jane Reeve sostiene che c'è stata una grande contusione tra una mostra d'eccellenza e un'azienda in pesante difficoltà. «Spero che il consiglio riveda le sue posizioni – dice – sono 20 persone e ognuna ha il suo punto di vista ma senza dubbio Ferrè è un patrimonio storico della moda italiana e bisognerebbe far qualcosa per salvarne almeno la memoria”. Rita Airaghi nel frattempo sta trattando con Los Angeles, Miami, Parigi, Londra e perfino Zagabria. “Pazienza per Milano” dice sconsolata anche perché la mostra è davvero magnifica.