Il no alla Pedemontana per non vendere ai privati

di Carlo Maria Lomartire

Secondo Giuliano Pisapia, dunque, la Pedemontana è un'opera inutile e costosa, «assolutamente non necessaria né per l'Expo né per il post Expo». Scontata la standing ovation di Legambiente, M5s, arancioni di varia estrazione e dell'intero partito trasversale del «no a tutto e a prescindere». Forse sarebbe stato opportuno che il sindaco di Milano facesse prima questa sensazionale scoperta e ce ne informasse per tempo, non alla vigilia di Expo, quando, oltre tutto, l'opera è arrivata ormai oltre il 30%. Ma la verità è che Pisapia finge di non sapere che la Pedemontana non è stata concepita e progettata e neppure inizialmente finanziata in vista del grande evento milanese. Sono infatti almeno 30 anni che il mondo produttivo lombardo invoca quell'autostrada. Il progetto è pronto da molti anni. Quando se ne cominciò a parlare, Expo non era neppure nella mente di Giove. Si voleva collegamento diretto, per merci e persone, fra Lombardia di nord-est (e quindi il Veneto) con quella di nord-ovest (e quindi la Svizzera e la Francia) senza dover scendere fin alle porte di Milano; un collegamento che permettesse di andare da Varese a Como in 30 minuti e non in due ore come oggi, che creasse un accesso diretto dalla Bergamasca a Malpensa. Motivazioni che Pisapia finge di ignorare ma che conosce benissimo da diversi lustri. Tanto che alla fine ammette la vera ragione della sua tardiva bocciatura: non ci sono i fondi e la Serravalle, proprietaria dell'opera «rischia il default». Preoccupazione fuori luogo, giacché il Comune di Milano possiede solo una quota di minoranza della Serravalle, controllata dalla Provincia. Il fatto è che proprio Palazzo Marino non ha più soldi per fare quanto gli compete, direttamente e indirettamente, per completare la Pedemontana – prima o dopo Expo. E allora lo dica chiaramente. In modo che gli si possa rispondere di fare come il sindaco di Bergamo, Franco Tentorio, il quale per far fronte a impegni finanziari che, nonostante l'attivo di bilancio, il famigerato patto di stabilità non gli permette di rispettare, ha deciso di vendere la maggior parte del pacchetto di A2a detenuto dal suo Comune. Insomma, piuttosto che non fare si vende qualcosa: questa la positiva lezione bergamasca. Che a Pisapia evidentemente non piace. Eppure di roba da vendere ne avrebbe: come Tentorio, una quota di A2a ma anche una fetta di Sea. E l'acquirente – per entrambe le partite, credo - c'è già: la Regione Lombardia. Il presidente Roberto Maroni non aspetta altro, almeno per quanto riguarda Sea, e lo ripete da tempo. Pisapia non vuole favorire l'avversario politico? E allora si rivolga al mercato: che, anche se per lui e i suoi supporter è una parolaccia, gli permetterebbe di raccogliere i fondi per mantenere gli impegni. No alla Pedemontana, no alle vie d'acqua, no alla M4 neanche per quel ridicolo ma utile moncherino da Linate a Forlanini, no, no, no… E pensare che per evitare di dire qualcuno di questi no sarebbe bastato vendere un po' dell'argenteria di famiglia. Ma si sa, per la sinistra la proprietà pubblica va preservata a tutti costi, anche a costo di rinunciare a opere pubbliche in grado di creare miglia di posti di lavoro. D'altra parte che la giunta e la maggioranza arancione non amassero Expo era noto, ma che Pisapia arrivasse a fare queste figuracce - bloccando, interrompendo o eludendo la realizzazione di opere attese da decenni, a prescindere da Expo, rinunciando così a creare preziosa nuova occupazione - be', lo temevamo ma speravamo di sbagliarci.

Commenti
Ritratto di toussaint

toussaint

Dom, 04/05/2014 - 11:10

E così, alla fine, la mina è scoppiata. Perfino da Firenze, avevo visto che la storia di Pedemontana non tornava, e ci ho fatto questa piccola inchiesta web http://lafilosofiadellatav.wordpress.com/2014/04/29/avvenire-e-pedemontana-che-cose-la-verita-2/, dalla quale cito: "...E dunque, tornando al punto della questione, se i soldi per fare queste opere grandi,anche se di utilità dubbia, come Pedemontana, lo Stato non li ha, che fa?… Semplice, abbiamo visto che fa intervenire le banche, con i soldi dei risparmiatori e degli azionisti. E pure la Cassa Depositi e Prestiti, che si serve dei fondi del risparmio postale! Poi, se il tutto bancarotterà, si dirà che le intenzioni erano buone, che però si è “dato lavoro”, che non c’erano alternative, che è stata la sfortuna (segue)..." Nell'inchiesta, parlo anche della soluzione del problema: la "Società partecipativa", secondo Pier Luigi Zampetti.