«Non nascosi la pistola, volevo suicidarmi»

«Mi sentivo come in un tunnel. Sapevo quindi bene quello che stavo facendo anche se mi sentivo in qualche modo costretto a farlo». Eccolo, il racconto della follia omicidia. Claudio Giardiello, l'uomo della strage del 9 aprile in tribunale, mette a verbale davanti ai pm i ricordi di quel giorno. La versione del killer stravolge i fatti: non voleva uccidere, dice, ma uccidersi. Le cose sono andate in maniera opposta. L'assassino è in carcere. Un giudice, un giovane avvocato e un imprenditore sono morti sotto i colpi della sua pistola. Poi Giardiello svela un altro mistero. Come è entrata l'arma a palazzo di giustizia? «Io - racconta ancora ai pubblici ministeri di Brescia, ai quali è stato trasmesso il fascicolo - sono passato regolarmente dal metal detector, mentre, la borsa nella quale custodivo la pistola l'ho fatta passare sotto il Fep, lo strumento preposto al controllo degli effetti personali. Ho pensato che se avessero individuato l'arma avrei detto che avrei voluto suicidarmi in aula. Non avevo preso alcuna precauzione per cercare di nascondere l'arma al metal detector. Se mi avessero fermato avrei avuto la possibilità di buttare fuori tutto».

Quanto al movente della strage, Giardiello ripercorre il lungo tunnel nel quale dice di essere finito. «Ero stanco. Dieci anni in cui avevo subito molto e non ce la facevo ad andare avanti, allora, ho preso la pistola che tenevo in cucina sotto al forno. Ho provato a togliermi al vita, ma non ho avuto il coraggio di farlo». Ci ha provato in un albergo, ma non ce l'ha fatta. Allora «ho avvolto la pistola e caricatori in un panno e li ho messi nella borsa 24 ore, quella che avevo con me quando sono andato in tribunale». Sostiene che l'intenzione era di uccidersi in aula. Ma poi, quando il suo legale ha rinunciato al mandato, «ho pensato che era il momento giusto per farla finita per finire una vita di dolore e di sofferenza; una vita di soprusi; di avidità; di persone malvage; allora ho preso dalla borsa una pistola ma non so cosa mi è scatta to in testa». È successo: «E io sono impazzito». Ovvero, invece di suicidarsi ha ucciso. «Ho pensato che dovevo spararmi ma poi davanti c'erano Erba e Limongelli. Non ho avuto il coraggio di spararmi e ho iniziato a sparare a loro». Ancora, «so di aver sparato anche a Claris Appiani ma non riesco a ricordare nulla. Mi ricordo il suo viso». Infine il giudice fernando Ciampi, «non so cosa mi ha preso e la mia testa mi ha detto che dovevo sparare. E così ho fatto».