La non renziana amica delle tasse scelta da Pisapia come sua vice

Francesca Balzani diventa numero due Dal Bilancio europeo a quello milanese brava a stangare mantenendo l'aplomb A Genova si era schierata con Cofferati

«Non basta dire la Liguria va veloce o la Liguria va a ritmo di rock per essere credibili». Così parlava un mese fa Francesca Balzani, (quasi) all'indomani del tracollo elettorale del Pd in Regione Liguria. Un'analisi senza peli sulla lingua sulla debacle della candidata renziana Raffaella Paita e la strategia dell'ex governatore ligure Claudio Burlando («Ha sbagliato nel credere di potersi scegliere anche il candidato»). All'assessore al Bilancio che da ieri è anche il vicesindaco di Milano dopo la fuga di Ada Lucia De Cesaris a dieci mesi dal mandato, vanno riconosciute alcune doti. La prima è senz'altro la schiettezza, anche quando si tratta di giudicare il centrosinistra. Sul caso Liguria peraltro, con il tono da professoressa che i milanesi impareranno a conoscere meglio, Balzani ha infilato una serie di stilettate ai suoi che sanno di rivincita. A lungo era stata data in pole position come candidata alle Regionali, poi la campagna per le primarie è partita con un anno di anticipo e si è chiamata fuori, schierandosi poi pubblicamente non con la Paita ma al fianco di Sergio Cofferati. Si dichiara indipendente nel Pd, non ha mai preso la tessera, ma si può catalogare tranquillamente tra i non renziani e gode di buoni rapporti con la sinistra-sinistra. Tra le doti ci sono competenza e capacitò di mediare, con i consiglieri di maggioranza e persino con l'opposizione. Tanto De Cesaris saltava sulla sedia alla minima provocazione, quanto Balzani riesce a mantenere l'aplomb e a portare a casa un accordo con i capigruppo di Fi e Fdi senza penare o a tagliare i cordoni della spesa alla giunta senza cedere di un millimetro. Dev'essere dotata, infine, di una grande determinazione. Mentre i colleghi si agitavano per apparire sui giornali con post su Facebook e dichiarazioni polemiche, ha mantenuto in questo anni un profilo basso e buoni rapporti, riuscendo così oggi a «scalare» la giunta milanese e forse nel 2015 - già sono partiti i rumors - a rappresentare la candidatura ideale come sindaco di Genova se Marco Doria non farà il bis.

Quarantotto anni, avvocato cassazionista, Balzani è allieva del professor Victor Uckmar con il quale ha lavorato fino al 2007. Genovese di nascita ma quasi milanese doc, ha sempre fatto la spola tra i due capoluoghi: il marito Francesco, professore di Economia all'Università di Bologna che ha sposato nel 2003, vive sotto la Madonnina da trent'anni e lei lo ha seguito presto. Mamma di tre figli, Teo di 10 anni, Milo di 8 e Agata di 5, ha avuto il primo incarico politico importante proprio a Genova, chiamata nel 2007 dall'allora sindaco Marta Vincenti a gestire le delicate deleghe al Bilancio e società partecipate. «Le sfide e gli scontri politici sono il sale della politica - ha confessato di recente -. Nel 2009 mi sono fatta una campagna per l'Europa in cui il Pd non era proprio al 42% e io non ero il candidato su cui scommettere». Parlava delle elezioni Europee: partiva in svantaggio e risulto la quinta eletta nella circoscrizione nordovest dopo nomi di peso come Cofferati, Toia, Panzeri e Susta. Battè anche Franco Bonanni che rientrava tra i favoriti. Allergica agli aerei, ha sempre macinato chilometri in macchina tra Milano e Bruxelles, dove è stata nominata anche relatore generale per il Bilancio europeo 2012. Nel marzo 2013 è approdata nella giunta di Giuliano Pisapia, chiamata a sostituire al Bilancio Bruno Tabacci a cui Palazzo Marino stava stretto. Lo ha lasciato per un seggio al parlamento.

M esi fai, quando non arrivavano garanzie sui fondi per Expo e si allargavano i tagli ai Comuni, Balzani non ha risparmiato attacchi al premier Matteo Renzi (oggi non sarà all'assemblea Pd, ma solo per stare con i figli assicura). In vista delle elezioni, affidare il secondo incarico più in vista della giunta alla «teorica» delle tasse, non renziana, potrebbe essere un doppio autogol per il Pd. E la sua autonomia si è già manifestata su un atto di peso come il futuro della M4: al momento del voto, l'assessore ha lasciato l'aula. Altri non condividevano la linea sposata da sindaco e Pd, ma da bravi soldatini sono rimasti al posto. E seguito gli ordini di scuderia.