Non solo D&G: tutti i «no» alla moda

La giunta sembra chiusa in un «bunker». Basterebbe ammettere che Milano gira (anche) intorno alla moda, un business per tutti, da difendere con le unghie. Ma preferisce consultare i social network e rallegrarsi per i commenti del popolo di sinistra, che vede come fumo negli occhi tutto ciò che è lusso. E tra Franco D'Alfonso e Dolce e Gabbana difende il primo. Ieri secondo giorno di serrata delle boutique e attività della griffe a Milano, dopo la polemica scoppiata giovedì sulle parole dell'assessore al Commercio («fosse per me, il Comune non dovrebbe dare sedi pubbliche a evasori fiscali come D&G»). Gli stilisti sono stati condannati in primo grado a 18 mesi per presunta evasione ma ricorreranno in appello.
Ma il fashion dà l'orticaria alla giunta di sinistra, i sintomi in due anni e mezzo si sono manifestati in diverse occasioni. É stato tra i terreni di scontro più accesi anche tra l'ex assessore alla Cultura e colleghi: da trattare con i guanti secondo Stefano Boeri, da «spremere» secondo i colleghi di sinistra-sinistra. Tra i primi casi ci fu quello della Cosap, la tassa sul suolo pubblico. Per Boeri andava scontata, secondo D'Alfonso i ricchi devono pagare caro e pagare tutto. Il Comune nel 2012 chiese 450ila euro a Richmond per mezza giornata di sfilata ai Giardini Montanelli, contro i 39mila dell'anno prima. Il titolare della maison, Salvatore Moschillo, lanciò una guerra santa del settore contro D'Alfonso e Pisapia. La tariffa scese poi a 80mila euro ma da allora il marchio sfila a Palazzo Serbelloni. «Dovrebbero fare una statua alla moda e non creare problemi» dice ora alleandosi a D&G nella querelle. E giusto un mese fa il vicesindaco Ada Lucia De Cesaris ha replicato con toni stizziti alle solite tirate di Armani su Milano, tra i difetti ci ha messo anche i giardinetti «così modesti». «Non confondiamo il lusso con la bellezza - la lezione allo stilista -: le nostre aiuole sono sobrie anche perché puntiamo a gestirli con i cittadini. Un orto ben organizzato è più bello di un'aiuola sontuosa». Dall'estetica urbana allo sport: proprio ad Armani va dato il merito di aver salvato e rilanciato nel 2004 il basket milanese, sponsorizzando la gloriosa Olimpia. A maggio il Comune ha rimesso in discussione un accordo firmato nel 2008 tra l'ex giunta Moratti e la società per il nuovo Palalido: l'intesa è «troppo a favore» dell'Olimpia (cioè di Armani). E a febbraio 2012 Boeri cantò vittoria troppo presto lanciando un «Beaubourg della moda» al Palazzo delle Scintille, un museo del fashion come a Parigi, nel padiglione liberty della ex Fiera: Fatto fuori l'assessore, anche il progetto ha preso un'altra piega. «Non solo moda, quella era l'idea di Boeri - ci ha tenuto a precisare la De Cesaris - ma sarà uno spazio polifunzionale: musica, cultura, e anche fashion». Guai.
Solo l'assessore Carmela Rozza, ex capogruppo Pd, ha sostenuto ieri che «una cosa sono i cittadini Dolce e Gabbana, verso cui è giusto il richiamo alla correttezza fiscale, altro sono l'azienda e la creatività che rappresentano nel mondo. La moda è forza per Milano, devono stare insieme». Ma E se la Regione ieri è scesa in campo a sostegno di D&G - «ci pensa già la crisi a far chiudere le imprese, le istituzioni sostengano chi produce lavoro e crescita» ha scritto su Twitter Mario Melazzini, assessore alle Attività produttive come D'Alfonso - gli amministratori campani sono «pronti ad accogliere il core business del marchio se vogliono trasferirsi a Napoli».