Non sprecare la carità A lezione da Ambrogio

Tra i molti consigli del vescovo occuparsi dei familiari e di chi si vergogna a chiedere

Sabrina Cottone Prudenza nella carità. Pone questioni attuali sant'Ambrogio, anche in questi studi del Dies Academicus 2016 della Classe di studi ambrosiani «Ambrogio e la Questione sociale», presentati alla Biblioteca ambrosiana. E anche se nel vescovo di Milano non si trova l'avversione a grandi donazioni senza criterio che è caratteristica dei vescovi africani del tempo, a partire da Agostino, pure Ambrogio invita a una prudentia dispensandi, una prudenza nell'elargire, perché la carità non faccia male. Sul tema è intervenuto lo storico Andrea Giardina, professore di Storia romana alla Scuola Normale Superiore, che è tornato sul suo concetto di «carità eversiva», sottolineando come nel IV secolo Ambrogio non si sia privato delle sue ampie ricchezze che provenivano dalla famiglia di notabili. Spiega Giardina: «Ci sono vari modi di essere caritatevoli. Il grande e potente vescovo Ambrogio fece di se stesso un povero economico senza poter essere considerato un povero sociale. Nell'epistola 20 è indiscutibile che sant'Ambrogio abbia continuato a essere un grande proprietario almeno fino a quel momento, io credo per tutta la vita. Il suo comportamento è diverso da quello di altri nobili cristiani come santa Melania e Piniano, che si liberavano delle proprie ricchezze». C'era un carattere eversivo nelle donazioni di questi dissipatori entusiastici, sottolinea il professore: «La carità che comportava smantellamento delle proprietà immobiliari e liberazione di schiavi gettavano nello scompiglio l'ambiente familiare e chi doveva esserne il fruitore. In un mondo in cui lo schiavo radicato di una grande casata è ben integrato, migliaia di schiavi si ribellavano per non avere la libertà: preferivano rimanere legati a un uomo potente che essere liberi e cadere nel nulla sociale, diventando marginali». Non erano tutti Spartaco, per intendersi. Roberta Ricci, dell'Università Statale di Milano, si è concentrata sulle indicazioni date da Ambrogio per una «corretta elemosina». I primi beneficiari, secondo il vescovo, devono essere i compagni di fede e i giusti, i propri familiari in difficoltà (purché non pretendano di lucrare), anziani e malati, orfane e vedove, ma anche ricchi decaduti. E poi una categoria particolare: coloro che hanno troppa vergogna per chiedere e spesso sono le persone che hanno maggior bisogno. È meglio non farsi ingannare dall'insistenza di taluni mendicanti a discapito di chi non riesce a far sentire la propria voce. Sull'aiuto ai parenti, le indicazioni sono chiarissime. Ambrogio, in un discorso pubblico, addita direttamente un uomo che si aggira in chiesa in ricche vesti, coperto di gioielli, con sguardo superbo e pratica l'elemosina senza curarsi che madre e sorella sono costrette a chiedere l'elemosina. «Il fenomeno dei ricchi benefattori che lasciavano in miseria i familiari forse non era raro» osserva la Ricci. A chi fare elemosina, ma anche come. Ambrogio ricorda di soccorrere gli indigenti e chi è oppresso dai debiti, nutrire i piccoli, proteggere con un buon matrimonio la pudicizia delle fanciulle orfane e tutelare le vedove, soccorrere chi è reso schiavo dai propri congiunti o è vittima di calunnie, oppure chi è in carcere per debiti o è prossimo alla pena capitale, riscattare i prigionieri. Ciò che va assolutamente evitato. Eccone un breve elenco, tratto ancora dallo studio della Ricci: l'elemosina ostentata, male indirizzata o a scopo di lucro oppure volta a celare l'iniquità. Fino all'indicazione che è un po' la chiave per tutte le altre. Per comportarsi in modo giusto l'elemosina va fatta regolarmente, continuamente, non una volta ogni tanto. Parole di Ambrogio: numerose persone non rubano le cose altrui, ma non sanno elargire le proprie.