La nostra legge rispetta la domenica

Le società avanzate tendono sempre più a rendere indifferenziati i ritmi del vivere, e a rendere indifferenti e interscambiabili i tempi del lavoro, del consumo e del riposo. E sempre più vasti settori ne sono direttamente coinvolti: non più solo gli addetti alla sicurezza, alla salute, ai trasporti, all’informazione, alla ristorazione, ai divertimenti ma anche commercio destinato al consumo.
In questo contesto è certamente opportuna una riflessione ampia e articolata sulla salvaguardia della domenica e del diritto al riposo settimanale. È una preoccupazione che condividiamo sino in fondo. E che mi sembra ben presente anche nella recente legge sul commercio che il Consiglio regionale ha varato.
Mi rendo conto a questo punto che devo pregare il lettore di seguirmi in un esame analitico di alcuni numeri. La realtà è diversa da quella che viene talvolta rappresentata - anche sulla base di dati e informazioni inesatte – fomentando l’indebita convinzione che questa legge sacrifichi domeniche e feste comandate sull’altare del consumo e del lavoro. Ciò non è vero: la legge cerca invece di preservarle il più possibile. Qualcuno l’accusa di passare sopra la testa degli esercenti: è invece stata fatta raccogliendo le istanze delle loro associazioni rappresentative. Altri l’accusano di imporre le aperture: no, le consente solamente. Ed entro certi limiti, che sono più ristretti di quelli posti dalle norme nazionali (decreto Bersani) e di quelli normalmente vigenti nella grande maggioranza delle altre regioni italiane.
Ad esempio: il decreto Bersani consente nei comuni turistici l’apertura per fino a 52 domeniche all’anno. La legge lombarda ha ridotto il numero dei comuni turistici da 433 (anche a fronte di continue richieste di riconoscimento da parte dei Comuni) a meno di 200 (su oltre 1500 comuni) Altro esempio: gli outlet. Potevano restare aperti 52 domeniche all’anno, ora – con la nuova legge regionale – 21 domeniche (o 31 se richiesto dal Comune interessato ma solo con l’accordo delle organizzazioni di categoria). Terzo esempio, il periodo natalizio. Fino a ieri i negozi potevano restare aperti nel giorno di Natale e in quello di Santo Stefano, da oggi, per esplicita e pressante richiesta dei commercianti stessi, solo il mattino di Natale (mentre per il pomeriggio di Natale e per il 26 dicembre vige il divieto di apertura). Ancora: i panificatori. Niente vendita di pane fresco la domenica mattina, appunto per garantire il riposo festivo a una categoria di lavoratori impegnata su turni e orari gravosi. Infine i supermercati. La possibilità di apertura domenicale passa da 8 domeniche a 17 durante l’anno, oltre alle 4 o 5 domeniche di dicembre. Per dare alcuni numeri: con la normativa «Bersani» oltre 100 Grandi strutture potevano aprire fino a 52 domeniche. Ora saranno meno di 40 quelle che lo potranno fare. Inoltre: la somma complessiva delle domeniche di apertura per il numero dei Centri commerciali resta nella sostanza invariato (intorno alle 11.000 domeniche/anno). Se avessimo proseguito con la normativa Bersani entro la fine 2008 avremmo avuto almeno altri 10 Comuni «turistici» con ulteriore peggioramento del rapporto. Quanto ai piccoli negozi, essi stessi hanno chiesto la possibilità di poter scegliere loro le domeniche di apertura (dunque su tutto l’arco dell’anno), e le valuteranno liberamente.
Come si vede la legge cerca di rispondere con equilibrio certamente alle esigenze dei cittadini consumatori, a quelle espresse dai commercianti, soprattutto quelli dei piccoli negozi, offrendo delle – limitate - opportunità, e non certo degli obblighi, riguardo alle domeniche. Esercitando soprattutto la massima attenzione alla persona e alle sue esigenze. Secondo la cultura e un metodo di sensibilità umana che ci appartiene, e che credo abbiamo dimostrato in modo più che convincente con le tante leggi innovative e le forti azioni a favore della famiglia, degli anziani e dei deboli, del diritto all’educazione, alla formazione, al lavoro, alla cura e all’assistenza.
*Governatore Regione Lombardia