OGGETTI CELEBRI La Lettera 22 di Olivetti fu la macchina usata da Biagi e Montanelli

L'hanno definito architetto, ma architetto non è mai stato. L'hanno inserito fra i grandi milanesi, ma milanese non era. Se non di adozione. Quella di Marcello Nizzoli - che con Magda Olivero, Giorgio Gaslini e Cesare Breveglieri è stato ammesso all'eterno riposo nel Famedio del Monumentale - è una storia strana. Il nome non dice molto ai più. Il creatore superato dalle sue creazioni. Perché se Nizzoli fu un designer e un pubblicitario - e la laurea in architettura al Politecnico la ottenne solo honoris causa - la sua fama è dovuta ad altro. E il suo nome è legato alla scrittura.

Reggiano di Boretto, morto ultra-ottuagenario a Camogli nel '69 e attualmente sepolto al Cimitero Maggiore, fu il papà di due strumenti celeberrimi e familiari a chi ama scrivere. E lo fa, o lo ha fatto, di mestiere. A lui si deve infatti l'Aurora 88, «la classica». Modello raffinato e intramontabile nella gamma delle stilografiche della casa torinese, orgoglio dell'imprenditoria nazionale del settore. La guerra era finita da poco e Nizzoli - dopo aver collaborato con il regime, realizzando l'allestimento della Mostra della Rivoluzione fascista nel '32 e il Salone della Vittoria alla Triennale cittadina del '36 - si spese per dare un volto unico a quella penna che tuttora è in produzione e rappresenta il fiore all'occhiello tra gli oggetti della scrittura. Dopo quasi settant'anni la 88, la «classica» tiene in vita il nome e l'anima di chi la disegnò.

Tuttavia, fu il Boom del Dopoguerra a fare la fortuna di Nizzoli. Fin dal 1930 collaborava con Olivetti, ma solo negli anni Cinquanta, prese corpo la Lettera 22, una macchina che passò perfino alla storia del giornalismo. L'aveva sulle ginocchia Montanelli nella celebre fotografia seduto sul gradino durante la trasferta da inviato in Ungheria. Se ne servì Biagi. E pure Cesare Marchi, cultore dell'italiano. Quando uscì di produzione, nel 1965, non le sopravvisse neppure il padre. Nizzoli se ne andò di lì a qualche anno dopo aver ricevuto la laurea che mai prese

Milanese vero era invece Cesare Breveglieri, morto a soli 46 anni e finora tumulato all'ossario del Monumentale. Dopo l'Accademia di Brera, fece un po' di tutto. Il maestro. L'impiegato. Il commesso viaggiatore. E a 26 anni decise di occuparsi solo di pittura. Pur appartenendo alla generazione successiva a quella delle avanguardie, Breveglieri guardava a Utrillo, Rousseau, Matisse. Fu amico di Carlo Carrà, al quale dedicò un ritratto, ma s'ispirava a De Pisis, al quale pure lo legò affetto. Nel '40 fu richiamato in guerra e mandò a Roma il quadro «Rancio della territoriale», per celebrare l'esercito italiano. Non fu capito e il dipinto venne rimandato indietro. Lo vide però un poeta, Leonardo Sinisgalli, e gli scrisse. «Tu sei un pittore». Nel '42 venne congedato e raggiunse la famiglia a Robbiate dove era sfollata. L'«Utrillo italiano», come venne definito dai critici, non visse a lungo. L'ultima personale in via Sant'Andrea risale al '46, poi una malattia se lo portò via. Due anni dopo.

Alla musica sono legati invece gli altri due nomi che entreranno nel pantheon milanese. Il soprano Magda Olivero, figlia di una famiglia di magistrati, cambiò rotta. E, nemmeno trentenne, era già alla Scala. Fra i protagonisti. Il matrimonio con l'industriale Aldo Busch nel '41 sembrò interrompere la sua carriera. E per una decina d'anni la Olivero scomparve dai palcoscenici. Fu il compositore Francesco Cilea a riportarla in teatro, supplicandola perchè accettasse di essere Adriana Lecouvreur. Da allora proseguì a cantare - apprezzata e applaudita - fino al 1981, quando spense 71 candeline. Pensò che ormai il più fosse fatto, ma la vita le riservava ancora un trentennio. È morta l'anno scorso a 104 anni, acclamata come una delle voci italiane più raffinate del «secolo breve».

Sempre alla musica appartenne Giorgio Gaslini, milanese doc, nato nel '29 e stella di prima grandezza nel jazz italiano. Allievo del maestro Carlo Maria Giulini al Conservatorio, si spese per la produzione di sinfonie e balletti, soprattutto alla fine del Novecento, ma la sua specialità è sempre stata la musica popolare rivisitata in chiave jazzistica già dagli esordi quando, in un'era fascista al crepuscolo, il genere non era dei più benvisti. Il nome di Gaslini si lega anche al mondo del cinema. Sue furono le musiche de La notte di Antonioni e soprattutto la colonna sonora di Profondo rosso di Dario Argento, scritta in collaborazione con Maria Grazia Fontana. E trovò nei Goblin il gruppo di esecutori che la resero immortale. Una caduta accidentale lo ha precipitato in un abisso da cui il maestro non si è più ripreso ed è scomparso nel luglio di un anno fa.