Oh Bej, la magia del Natale tra incensi, frittelle e bijoux

Il mercatino ha perso un po' di fascino ma è autentico Profumi e dialetti nell'antico bazar di una città sparita

Elena Gaiardoni

Perché ci piacciono i mercatini di Natale? Durante le feste è più romantico andare agli «Oh Bej! Oh Bej!» che in qualche via del centro. Il Natale pare autentico. Il freddo, l'odore di frittella, caldarroste, pannocchie rosolate. I profumi degli incensi che bruciano, le lucine appese che in lontananza danno l'idea del viottolo nel bosco anche se siamo nel cuore della metropoli, le tende bianche come coppi inzuccherati di neve.

Che fatica, però! Ieri alle 17 era impossibile camminare in mezzo al più antico mercatino milanese. Com'era la folla? Se il gregge nel presepe fosse così, Gesù Bambino preferirebbe nascere in mezzo agli estinti dinosauri. Donne, bambini, mamme, papà e soprattutto tanti, ma tanti cani: al guinzaglio, nelle ceste, nelle borse; non a caso tutta un'ala del mercato è composta di banchi con cucce, giochi, cibi per animali. Avvincente l'accostamento delle contraddizioni. La vecchierella che compera il portarossetto d'argento custodito dalle nostre madri nella borsetta e la russa con megatablet che parla in streaming con Mosca mostrando pezzi d'antiquariato d'esportazione. Il vu cumprà che si intrufola tra la gente, cercando di spacciare borse o noiosi braccialetti come in piazza Duomo, e l'artigiano romantico che fa ancora segnalibri in feltro. I signori con cappotto cammello e sotto il microcane con superpedegree e il siciliano che stravende pane con milza, polmone, trachea di vitello ribollenti in pentoloni come quelli della strega di Biancaneve.

«Si fanno incisioni con il nome del vostro pet» dice un cartello e di fronte c'è un banco con colli di volpi, visoni, astrakan toccati con grazia dalle signore. Il mercatino del Natale è il mondo con tutti i suoi assurdi crocevia riuniti in pochi metri di strada. Ha sempre l'aspetto delle povere cose che escono dalle soffitte con ragnatele, dai cassetti con naftalina, dalle cantine, però non vedi carte di credito, se qualcuno tira fuori il portafogli, tira fuori il contante. Cinquanta, anche cento o duecento euro. Il denaro circola alla vecchia maniera. Qui le macchinette del bancomat non sono mai state inventate. In un angolo un vecchio frullatore, tritacarne, macinaverdure bianco e rosso, uno di quei primi elettrodomestici che per le casalinghe degli anni '60 stavano a metà tra l'angelo della cucina e il diavolo dietro ai fornelli.

La bigiotteria pare coprire tutto l'arco dell'addobbo umano: dalle collane che sembrano tessute di perle e capelli agli Swarovski taglio brillante. Le centomila persone del primo giorno di mercato ieri sembravano almeno tre volte di più. Gli accenti svolazzavano da ogni dove: bergamaschi, bresciani, veneti, gente dell'est. Niente, nemmeno l'ombra di cinesi: gli «Oh Bej! Oh Bej!» non sono diventati una colonia commerciale in giallo. Statue del presepe? Molto poche, però.