Ora «Re Lear» diventa un film La stazione centrale come set

Federico Ferrario è un giovane regista trentenne che ora debutta nella più spericolata ed eccitante delle avventure. Filmare un «Re Lear» che, dopo il nobile ma asettico essai cinematografico firmato anni fa da Peter Brook e la delusione provata da spettatori ed addetti ai lavori quando l'ex-enfant terrible Jean Luc Godard annunciò ai suoi irriducibili fan che aveva appena montato un «Re Lear» rivoluzionario (che poi si rivelò qualcosa di indefinibile dato che, nel film, del personaggio e del capolavoro del Bardo non si parlava né punto né poco), è perlomeno una sfida alle convenzioni. Ma Ferrario, già noto come fotografo di classe con numerose esposizioni a Londra e a Los Angeles, nonchè in patria come aiuto regista di Ermanno Olmi in «Il mestiere delle armi» e di Marco Tullio Giordana in «La meglio gioventù» è un giovanotto che ha le idee chiare. «In completo accordo con la Brixia, la casa cinematografica che ci ha dato fiducia prima nella progettazione e nella produzione del nostro film», commenta, «il nostro "Lear" in bilico tra il mondo fiabesco dell'originale ambientato in un favoloso Medioevo di maniera e certo spaventevole revival tra horror e sadismo che coinvolge sia la società che buona parte del cinema contemporaneo, è ambientato in luoghi finora del tutto trascurati dai set odierni». Quali per esempio? «Dagli esterni apocalittici della stazione centrale di Milano fino a un monumento straordinario come il Capitolium di Brescia, ci stiamo muovendo nell'ambito di un puro film sperimentale, al di là della presenza di attori protagonisti giovani e meno giovani di grande esperienza teatrale tra cui mio padre, Cesare Ferrario, che ho quasi costretto nonostante i suoi dubbi a cimentarsi nel tremendo ruolo del protagonista». Ma come? Mi sta dicendo che, una volta tanto, sarà un figlio a valorizzare il talento del padre e non viceversa? «Un momento! Ho scelto mio padre per il semplicissimo fatto che finora non ho mai incontrato nella mia vita un outsider come lui. Che dopo aver debuttato in gioventù con Strehler proprio nel «Re Lear» nella parte del re di Francia e aver partecipato in quegli anni a grandi spettacoli come protagonista, tra cui «L'Arialda» di Testori con la regia di Andree Ruth Shammah, si è provato con successo nella regia dirigendo tra l'altro la prima produzione italo-russa dopo la fine dell'URSS con la «Bella di Mosca» e debuttando in seguito come drammaturgo. Per il ruolo del vecchio sovrano tradito dalle figlie assassine, non avevo bisogno del solito divo consacrato da anni e da anni osannato sui palcoscenici del teatro italiano, ma di un maturo, per quanto affascinante, rebel without cause. Gli ho fatto un provino incitandolo a riprodurre per gioco gli atteggiamenti di un ipotetico James Dean sessantenne che, a tanti anni di distanza, si balocca ancora con la volontà di agire e rappresentare, nel mondo di oggi, il sogno impossibile di ricreare la Gioventuù Bruciata di ieri. Ricominciando proprio dalle due città, Milano e Brescia, in cui si svolse più di trent'anni fa la sua avventura teatrale». Sono ansioso di vedere il risultato. Ma mi tolga un dubbio: ha avuto dei problemi, se non addirittura dei dissidi, nell'imporgli sul set la volontà di un figlio-autore che si diverte a smontare le certezze acquisite nel tempo proprio da quell'attore-regista che ha condizionato la sua infanzia? «Ho corso quel rischio, che per fortuna ho vinto grazie a un escamotage che mi è venuto in mente lì per lì». Quale? «L'ho convinto a giocare con me l'impossibile impresa di un gatto e un topo che han fatto una strana alleanza». Quale? «Quella di scambiarci, una volta tanto, i classici ruoli di padre e figlio. A montaggio ultimato vedrete voi se ho avuto ragione».