Ostaggi e sparatoria: cinque ore da incubo per la rapina in banca

Quando i carabinieri appostati attorno al parco della villa hanno sentito «qualcosa» muoversi si sono precipitati, certi che non poteva essere un gatto. Infatti era il proprio rapinatore che per tutta la mattinata aveva giocato a rimpiattino con i militari. In tre gli sono saltati addosso, ingaggiando un furiosa colluttazione conclusa con le manette. Il bandito è andato così a raggiungere il complice, nonché fratello, ferito a una gamba e arrestato ancora cinque ore prima. Un vero «lieto fine» considerando che l'intervento era iniziato con due sparatorie.
Sono le 9.30 del mattino quando una cliente della Banca Intesa di piazzale Baracca a Buscate chiama il 112 segnalando uomini armati dentro gli uffici ricavati in un'ala di villa De Rosales. L'agenzia è infatti la prosecuzione dell'edificio del Seicento, ormai in rovina, con 40 ettari di verde, diventati ormai una foresta selvaggia. Nel corso della notte i due banditi, Camillo e Giovanni Romani, 47 e 51 anni, erano passati attraverso l'edificio, avevano bucato il muro confinante ed erano entrati nell'agenzia. Dopo le 8 avevano iniziato a prendere in ostaggio gli impiegati e si erano messi ad attendere l'apertura della cassaforte temporizzata. Tutto previsto, fuorché la presenza di spirito della cliente.
Pochi minuti dopo le 9.30 su Buscate iniziano a confluire le prime pattuglie della compagnia di Legnano. I banditi se ne accorgono e tentano la fuga dall'uscita posteriore di via San Pietro. Qui trovano però un maresciallo con il mitra in mano. I due fratelli sparano, il sottufficiale risponde, costringendoli a ripiegare verso l'interno. Nel frattempo un altro maresciallo sta entrando nella villa, fa pochi passi e arriva trafelato Camillo che gli punta la pistola addosso urlando: «Vattene bastardo». Il carabinieri indietreggia per togliersi dalla linea di tiro ma incrocia Giovanni e a quel punto, per non essere preso tra due fuochi, lascia partire una raffica, mirando basso. Il bandito, ferito a una gamba, cade e viene ammanettato. Il fratello scappa per le scale e inizia l'assedio.
Il perimetro della villa viene circondato mentre un elicottero sorvola la zona con le telecamere termiche che individuano Camillo nel palazzo. La situazione va in stallo. I militari con giubbetti e caschi antiproiettili tentano una ricognizione, ma il luogo si presta a facili imboscate. Ci voglio le teste di cuoio con i loro cani addestrati a stanare ricercati anche dentro gli edifici. Il gruppo ha però stanza a Livorno e non potrà arrivare prima delle 15, perché il cattivo tempo impedisce all'elicottero di sorvolare gli Appennini. Alle 14 il generale Marco Scursatone e il colonnello Salvatore Luogo, comandanti regionale e provinciale, raggiungono il colonnello Giuseppe Spina, capo del gruppo di Monza, sul posto da ore. Una presenza che pare porti fortuna perché dopo qualche minuto l'ingresso della villa si anima improvvisamente. Ecco tre carabinieri in borghese uscire con il secondo bandito ammanettato. Lo hanno beccato mentre tentava di sgattaiolare dal retro. Vengono recuperate le armi, due pistole a tamburo di grosso calibro, e identificati i due come i fratelli Romano, rapinatori di lungo corso, originari di Carate ma residenti a Seveso, Giovanni, e Mortara, Camillo. Su di loro ora una sfilza di pesanti accuse, da rimanere in galera per un bel po' di anni.