«Pago ancora il prezzo di una lite con Strehler»

Il drammaturgo lasciò il Piccolo criticando la produzione limitata

Antonio Bozzo«Noè ha fatto l'arca ed era un dilettante, i professionisti hanno fatto il Titanic: quale dei due natanti è colato a picco?». In questa battuta c'è tutto lo spirito di Luigi Lunari, come in quella di scarsa fiducia nella democrazia scambiata per dittatura della maggioranza, che dice «se si fosse messo ai voti sistema tolemaico contro sistema copernicano, il sole girerebbe ancora intorno alla Terra». Lunari, 82 anni, non ha mai imparato (mai imparerà) l'arte della prudenza. Tra i drammaturghi contemporanei, è forse il più rappresentato all'estero, soprattutto in Russia, dove lo venerano («ma mi devono un sacco di soldi, per ora non ho visto nulla. Mi sono addirittura appellato a Berlusconi, amico di Putin: magari lui può darmi una mano»). Lunari scrive per il teatro, ma anche di musica e politica, oltre che mettersi alla scrivania da traduttore. «In Italia le mie opere teatrali, come la commedia «Tre sull'altalena», o «L'incidente» e «Nel nome del padre», non trovano il palcoscenico. Sto ancora scontando il peccato di essere entrato in urto con Strehler. Circa trent'anni fa, quando lavoravo per il Piccolo. Non mi andava che uno degli spettacoli più replicati fosse: «Oggi riposo». Strehler, senza dubbio un genio, si prendeva la libertà di non produrre nulla, anche per lunghi periodi. Chi lo toccava? Chi aveva il coraggio di dirgli qualcosa? Era garantito dalla politica, oltre che dalla sua bravura. Ebbene, io, che gli davo del tu, mentre a Paolo Grassi davo sempre del lei, gli chiesi di aprire ad altri autori. Tra noi scese il gelo. Uscii dal Piccolo. E scrissi «Il Maestro e gli altri», un romanzo con Strehler protagonista. Giorgio è morto senza leggerlo: aveva la capacità di evitare le cose che gli avrebbero dato fastidio. Come uomo, era terribile, spietato. La sua intransigenza metteva paura. Gli bastò vedere Buazzelli per togliere a Carraro, suo amico da anni, il ruolo del Galileo brechtiano. Forse vide bene, Buazzelli era più empatico, più caldo di Carraro: ma ci vuole coraggio a scaricare un amico come fece lui». Lunari non si fermerebbe più, tanti sono gli aneddoti intorno al fondatore del Piccolo. Ma non va confinato solo alla «singolar tenzone» che lo oppose a Strehler, sarebbe fargli torto. Il suo «Tre sull'altalena», che trionfò al Festival di Avignone nel 1991, è tradotto in 26 lingue, ma a Milano e nel resto d'Italia è scomparso dalle scene. Basta vedere le copertine dei molti libri suoi, tradotti all'estero, per chiedersi il motivo dell'ostracismo verso un autore amato perfino dall'esigente pubblico russo. Un mistero che si può spiegare con la trascuratezza del nostro sistema cultural-teatrale, senza tirare in ballo dietrologie.