Via Palestro, l'ultima bomba che ha fatto tremare Milano

Se almeno si sapesse il perché, sarebbe tutto diverso. Vent'anni fa, la sera del 27 luglio 1993, la bomba di via Palestro uccise cinque persone: tre vigili del fuoco, un ghisa, un senzacasa. Non c'è altro precedente, nella storia di Milano, che quello di piazza Fontana, dicembre 1969. E quelle due bombe che a distanza di quasi un quarto di secolo l'una dall'altra lacerano la vita della città, il suo tumultuoso e positivo progredire, potrebbero essere lette da un sociologo in modo quasi parallelo: ogni volta che si prova a cambiare, arrivano i manovali del tritolo a spegnere le illusioni. Lettura suggestiva, ma fuorviante. Perché se oggi le guardiamo insieme, le due bombe del dopoguerra milanese, ci accorgiamo che l'una è l'opposto dell'altra. Di piazza Fontana conosciamo il motivo ma non i colpevoli. Di via Palestro, sappiamo i colpevoli e non il perché.
Ci sono degli uomini all'ergastolo, per la bomba che alle 23,14 seminò morte e distruzione nel tratto di via tra i giardini e il Pac, il padiglione d'arte contemporanea. All'ergastolo i mandanti, i fratelli mafiosi Graviano, e anche corrieri, complici, persino l'uomo che innescò la miccia. Ma mai come in questo caso la soluzione giudiziaria del caso non ha portato con sé neanche l'ombra di una spiegazione di cosa sia davvero accaduto. Nelle sentenze che hanno condannato all'ergastolo esecutori e mandanti si pennellano qua e là scenari che stanno tutti nel calderone della presunta trattativa tra Stato e mafia: di cui appena pochi giorni fa è stata negata l'esistenza dal tribunale palermitano che ha assolto il generale Mario Mori, che per la procura palermitana era in quella trattativa con Cosa Nostra una specie di ambasciatore plenipotenziario. E in attesa che qualcuno spieghi i vantaggi venuti a Cosa Nostra - tutti in galera, tutti al 41 bis - da quella trattativa, il perché della bomba di via Palestro ritorna nel fumo delle supposizioni dove tutto si può dire e tutto si può negare.
Manca talmente tutto, nella spiegazione della bomba di vent'anni fa, che manca persino una idea chiara di quale che fosse il bersaglio: il Pac, che molti milanesi neanche sanno dove e cosa sia, e che degli ammazzacristiani di Brancaccio avrebbero invece individuato con menti raffinatissime? O, come dice il difensore di Totò Riina, il centro stampa della massoneria che stava all'epoca all'inizio della via? O il palazzo dei giornali di piazza Cavour? É ovvio che, fin quando non si capisce il motivo, fin quando ci si affida solo agli anacoluti del pentito Gaspare Spatuzza, allora anche sul bersaglio si può ipotizzare tutto e il suo contrario, con la attendibilità scientifica di una puntata di Voyager.
Sarebbe stata diversa la storia dell'inchiesta su via Palestro, se fosse rimasta a Milano, invece di venire precipitosamente trasferita a Firenze per essere unita all'indagine sulla strage di via dei Georgofili? Forse sì, probabilmente sì. Adesso forse è tardi. A Carlo Lacatena, Stefano Picerno, Sergio Pasotto, Alessandro Ferrari e Driss Moussafir - i cinque morti della strage - hanno dedicato una nuova lapide in cui si precisa che si trattò di «strage mafiosa volta a ricattare lo Stato». Sarebbe bello prima o poi poter incidere un'altra riga che spiegasse l'obiettivo del ricatto.