Un parco della musica per far «sentire» Milano

Dall'ex scalo Farini può nascere un auditorium Il direttore Melis: «Spazi per spettacoli e ricerca»

Luca Pavanel

Un parco della musica per Milano, con un mega-auditorium polifunzionale e, al suo interno, laboratori per la ricerca sui linguaggi contemporanei. Un nuovo polo a metà strada tra l'Ircam di Parigi, il parco della Musica di Roma, un centro di ricerca di Montreal, il tutto mosso da filosofia e organizzazioni innovative, per dare i mezzi alla creatività delle nuove generazioni. No, non è fanta-urbanistica, né l'inarrivabile scenario di un avvenire fin troppo lontano.

C'è un piano che era rimasto nei cassetti, di cui si è parlato nel corso di un recente workshop tra Comune e Fs. Un piano pensato e proposto da Andrea Melis, direttore della Civica scuola di musica «Claudio Abbado», che andrebbe a «completare», se non ad ampliare, l'obiettivo che si è posta anni or sono l'associazione ambientalista «Italia Nostra»: ovvero quello di recuperare il giardino italiano - così com'era nel secolo Cinquecento - di Villa Simonetta (vedi la cartina), zona Monumentale, ora sede dell'accademia musicale meneghina. L'area verde in questione, nella prima decade del secolo Novecento, venne tagliata in due dallo «sviluppo», dall'arrivo della ferrovia e delle sue strutture. Che da decenni sono proprio alle spalle della Villa diventata scuola e che ancora, soprattutto in estate, si fanno «sentire» durante i concerti, con il transito dei treni, negli ultimi tempi però sempre più rari.

«L'idea del progetto mi è venuta in mente un paio di anni fa - attacca Melis -, quando si è iniziato a parlare più concretamente della dismissione, recupero e valorizzazione dello scalo ferroviario Farini. Così ho presentato una mia ipotesi di lavoro al presidente della Fondazione Milano». A Marilena Adamo, ma non solo a lei, quella nuova «visione» è piaciuta. E parecchio. Risultato: tra una riunione e l'altra, la faccenda è andata avanti, sempre più spedita. Fino al punto in cui si è cominciato a passare dalle parole ai fatti. Il presidente Adamo, infatti, ha presentato il piano ai tre assessori milanesi di riferimento: Anna Scavuzzo, Roberto Tasca e Pierfrancesco Maran. Non solo, si sono mossi alcuni docenti del Politecnico milanese, in particolare la facoltà di Architettura, pronta a sviluppare un accordo con la scuola per realizzare uno studio di fattibilità dei progetti. Ma partiamo dall'inizio, dal recupero del giardino, che quasi sembra di rivedere nella sua bellezza, con un po' di immaginazione e attraverso le mappe e i progetti dell'epoca.

«Come era la Villa si può capire guardando le tavole di Marc'Antonio dal Re che sono depositate presso la collezione Bertarelli - racconta -. Era la dimora di campagna del tesoriere degli Sforza» (leggenda vuole che ci sia un tunnel che porterebbe fino ai sotterranei del Castello, ndr). Il giardino, tipicamente italiano, era formato da quattro peschiere; «due probabilmente interrate», che ora si potrebbero riportare alla luce, scavando solo qualche metro di terra. Un'area un tempo in fiore e tutt'intorno coltivazioni; c'erano anche le vigne. «Il giardino probabilmente è ripristinabile - dice - poi il recupero delle strutture ferroviarie...». In primis, l'hangar. Un progetto che il dirigente ha pensato per la Civica che da tempo ha bisogno di ulteriori spazi: «Mi riferisco, in particolare, a quelli necessari alle attività didattiche e artistiche».

E allora immaginate: l'hangar ferroviario - un complesso gigantesco adatto al ricovero di interi convogli - potrebbe ospitare le più diverse iniziative musicali e culturali; dagli spettacoli per il pubblico di tutto il mondo ai congressi, ma anche lavori all'avanguardia. «Produzioni multidisciplinari delle scuole della Fondazione Milano, musica, cinema e teatro», afferma il direttore. La struttura infine si potrebbe considerare come un nuovo polo di riferimento per l'intera cittadinanza. «Luoghi così nel mondo ce ne sono». Spesso scaturiscono da recuperi di zone industriali, se ne vedono in Germania, Canada e Giappone. Luoghi che possono ben «incarnare» le nuove concezioni secondo cui lo «spazio performativo e l'opera possono, a volte devono nascere insieme». Renzo Piano e Karlheinz Stockhausen docet.