Una parte della sinistra lo vede come l'alternativa possibile a Matteo Renzi

Può andare stretta la fascia tricolore dopo neanche due anni? Può lo studio di Palazzo Marino risultare troppo lontano dalla politica vera, quella dove si decidono le sorti del paese? É questo l'interrogativo che in questi giorni agita il centrosinistra milanese. E al centro dell'interrogativo c'è lui, Giuliano Pisapia: ovvero uno dei pochi esponenti della sinistra italiana ad avere vinto una elezione negli ultimi anni. E proprio per questo chiamato in ballo da amici e nemici che gli attribuiscono l'intenzione di giocare un ruolo a livello nazionale nella fase caotica in cui le ultime elezioni e il fallimento dell'incarico a Pierluigi Bersani hanno catapultato il Pd e i suoi alleati. E c'è chi dipinge lo scenario di un Pisapia pronto a spiccare il volo, per andare a contendere a Matteo Renzi la leadership del dopo-Bersani.
Pisapia agli amici ha giurato di non avere alcuna intenzione di abbandonare Milano dopo neanche metà mandato. Il suo futuro, dice, è sotto la Madonnina almeno fino alla fine di Expo, ottobre 2015: a quel punto mancheranno sei mesi all'elezione del nuovo sindaco, e solo allora Pisapia - anche in base a come sarà andata la kermesse planetaria - deciderà se ricandidarsi in proprio o ritagliarsi un ruolo da king maker per il suo erede naturale, il vicesindaco Lucia De Cesaris. Ma a frenare eventuali velleità romane di Pisapia contribuisce sicuramente anche la circostanza che oggi Matteo Renzi appare quasi imbattibile. E mollare Palazzo Marino per imbarcarsi in un'avventura votata alla sconfitta non avrebbe senso.
Eppure il tam tam continua, e trova sostegno su un dato di fatto: il trionfo annunciato del «moderato» Renzi lascerebbe orfana di un leader nazionale quella vasta area che sta tra l'ala sinistra del Pd, Sel e la sinistra radicale, e che a Milano aveva contribuito non poco all'incoronazione di Pisapia a sindaco. É un mondo che faticherebbe a riconoscersi nella guida di Renzi, e che invece avrebbe nell'avvocato milanese un punto di riferimento naturale. E quanto più il Pd targato Renzi dovesse spostarsi a destra per riassorbire l'elettorato di Monti, tanto più ampi sarebbero gli spazi lasciati liberi per l'«area Pisapia».
Inevitabile, così, che ci sia chi rilegge in questa chiave anche il recente licenziamento dell'assessore alla cultura Stefano Boeri, che viene presentato come una sorta di epurazione dei «renziani» da parte del sindaco. É ben vero che Boeri non può essere certo etichettato come renziano, visto che alle primarie del centrosinistra - dopo avere ipotizzato di candidarsi in prima persona - appoggiò Laura Puppato, ex sindaco di Montebelluna. Ma sta di fatto che i tanti fan di Boeri che non hanno ancora digerito la sua cacciata vedono un retroscena politico di questo tipo dietro la decisione di Pisapia.
In tutto questo scenario complesso, un ruolo lo gioca anche il fattore umano. Il sindaco è ancora giovane, visto che sta per compiere i sessantaquattro anni, ma non più giovanissimo. Se la gara è a impersonare il nuovo che avanza, né l'età né il curriculum politico - avendo già fatto due legislature come deputato - giocano a suo favore. Ma è anche vero che verso alcuni aspetti del lavoro di sindaco Pisapia appare spesso insofferente: tanto che si racconta che non molti giorni fa, nel pieno del «caso Boeri», avesse ventilato al Pd l'ipotesi di mollare tutto, se gli si fossero messi troppi lacci. Tentazione rientrata, pare. Ma c'è almeno una ipotesi che potrebbe riaprire i giochi: se in un futuro governo gli si offrisse il posto di ministro della Giustizia, riuscirebbe l'avvocato Pisapia a dire di no?