Pc e stampanti: la festa di Verdi si fa in ufficio

Di fronte a tanta modernità, c'è chi sobbalzerà su quelle poltrone così cariche di storia e tradizione: quelle del teatro alla Scala che dal 9 al 25 luglio ospiterà un ballo in maschera molto speciale. Immaginate ipad, iphone, stampanti, computer, frenesia d'ufficio che piombano sul palcoscenico trasformato in un ufficio high-tech. Il protagonista dell'opera, Riccardo, diventa un politico del Duemila in piena campagna elettorale. In questa veste si presenta l'opera di Giuseppe Verdi assente a Milano dal 2001, e ora affidata alla direzione di Daniele Rustioni con Marcelo Alvarez nel ruolo del titolo, e Zeliko Lucic, Sondra Radvanovsky, Marianne Cornetti, Patrizia Ciofi nel cast.
Un Ballo è uno dei titoli più intriganti dell'intera stagione scaligera. Le curiosità sono tutte per l'allestimento. A firmarlo è Damiano Michieletto, regista di ultima generazione, 37 anni, veneziano, al suo debutto scaligero. Noto per regie anticonvenzionali, ha avuto la sua incoronazione ufficiale l'anno scorso con Bohème al festival di Salisburgo dove torna a fine mese portando un pezzo di Milano: Falstaff ambientato nella Casa di riposo per musicisti Verdi.
Il ballo in maschera, quello che dà il titolo all'opera, sarà un party elettorale in omaggio a Riccardo, un uomo politico di ultima generazione che Michieletto non ha voluto associare a nessuna persona in particolare. In breve, differentemente da come è stato scritto, non ritrae Berlusconi. Tramite Riccardo si annusa la forza del quarto potere, e le modalità con cui si crea e distrugge un'immagine, veicolando il consenso. Come reagirà, a questo Ballo elettorale, l'ala fondamentalista del pubblico? Accetterà il bagno di modernità? Michieletto teme polemiche? «Le critiche sono il sale per un artista. Una parte del pubblico non gradirà vedere un'opera dell'Ottocento ambientata in ufficio. Ma io ho cambiato delle circostanze solo per essere più credibile a un pubblico contemporaneo».
Dopo la prima del Ballo, Michieletto va dritto a Salisburgo dove, il 29, va in scena il suo Falstaff milanese. «Per renderlo comprensibile a un pubblico internazionale, prima che inizi la musica trasmetterò un video dove si vede piazza Buonarroti, quindi Casa Verdi poi in dissolvenza».
Michieletto deve il suo debutto extraitaliano (a Zurigo) ad Alexander Pereira: sovrintendente a Salisburgo e dal 2015 alla Scala. Il feeling tra i due, confermato dai due inviti importanti a Salisburgo, lascia supporre che vedremo spesso Michieletto, alla Scala. Ovviamente, lui né nega né conferma.
In quest'estate calda per i teatri (il Massimo di Palermo commissariato, il Maggio di Firenze sta per chiudere, il Comunale di Bologna ha chiesto l'anticipo della seconda rata del Fus) chiediamo a Michieletto cosa ne pensa. «Non è possibile che i costi fissi di un teatro incidano sul bilancio per l'80% e la parte artistica per il 20%, si arriva alla paralisi. Il problema dei nostri teatri sta nella mancanza di un'appropriata gestione. Il copione è sempre quello: conti in rosso, commissariamento, legge speciale, si ripiana il debito quindi si riparte. La gestione dell'apparato pubblico dovrebbe essere più oculata. Nei teatri stranieri, la prima cosa che mi comunicano è la somma stanziata per l'allestimento ed è su quella cifra che io disegno la produzione, chiedono poi scenografie facilmente smontabili e riproponibili altrove. Fuori Italia si pongono paletti ben precisi». E poi, ancora Michieletto: «Le emozioni di uno spettacolo non passano attraverso il budget. Il budget consente di esprimere la fantasia con libertà, ma l'emozione passa attraverso gli interpreti».