Pd, un «nemico» in casa Penati rifiuta la tessera «E mi ricandido a Sesto»

L'ex braccio destro di Bersani sbatte la porta Sfida al partito: «Primarie da indipendente»

Sabrina Cottone

Se non fosse una parola in disuso, si potrebbe dire che è una questione d'onore. In altri tempi sarebbe finita con un duello. Adesso la minaccia è una denuncia in tribunale ma soprattutto una candidatura in solitario alle primarie. Lui è nato e cresciuto alla scuola di Botteghe Oscure. Così c'è uno spettro che si aggira per il Pd: lo spettro di chiama Filippo Penati. Già presidente della Provincia, longa manus della «ditta» Pd nel Nord Italia, capo della segreteria politica di Pierluigi Bersani. Insomma, un pezzo da novanta nazionale dentro molte vicende scottanti e intime del Pd. Adesso il Pd renziano gli offre la tessera e lui la rifiuta. Gesto plateale, nel dubbio pubblicizzato anche su Facebook. Per riannodare il filo serve un salto nel passato.

Viene sospeso dal partito nell'ottobre 2011, dopo un avviso di garanzia della Procura di Monza per il cosiddetto «Sistema Sesto», la riqualificazione dell'ex Area Falck di Sesto San Giovanni, la sua città di cui dal 1994 al 2001 era stato sindaco, trampolino di lancio della fortunata ascesa politica tra le infrastrutture e col marchio Serravalle, fino al fianco destro di Bersani. In mezzo lunghe e controverse vicende giudiziarie. Eccoci all'oggi, con un Penati incensurato e furioso.

Nove mesi dopo l'assoluzione con formula piena per Sesto, arriva l'invito alla Festa dell'Unità milanese 2016, per parlare di città metropolitana. Accadrà l'8 settembre ma il giorno dell'armistizio non suona come una resa: prima tra gli ospiti interverrà Massimo D'Alema, spina acuminata nel fianco di Renzi, poi sarà l'ora dell'ex presidente della Provincia, pronto a candidarsi contro il partito e persino a portarlo in tribunale.

Penati apprezza la cortesia di essere stato incluso nel programma della Festa ma non per questo tace. Non si ferma. «Il Pd milanese non ha visione né iniziativa» dichiara al Giornale, accusando in sostanza i suoi ex compagni di aver fatto diventare Milano una provincia periferica del Pd renziano. Chiede una riabilitazione politica, balsamo per la ferita, la tessera non basta a placarne i ruggiti.

Racconta il Corriere che è stato il segretario di Sesto San Giovanni, Marco Esposito, renziano della prima Leopolda, a fargli l'offerta: «Se Filippo vuole, la tessera del partito è qui pronta per lui». Pace fatta? Nemmeno per sogno. Basta una telefonata all'ex presidente della Provincia per rendersi conto che, se possibile, è più arrabbiato di prima. Sdegnosamente rifiuta la tessera del Pd. Ma c'è di più.

È sempre più deciso a ricandidarsi a Sesto San Giovanni, dove si vota il prossimo anno. Fatto determinante, se si pensa non al valore affettivo e simbolico della ex Stalingrado d'Italia, ma al valore punto e basta. Città della Salute e non solo, i progetti di riqualificazione non mancano nel comune più popoloso della provincia di Milano. E poiché si parte da Sesto ma non si sa dove si arriva, il caso Penati, mutatis mutandis, rischia di trasformarsi per il Pd in un altro affaire Bassolino, con lancio di stracci e accuse di brogli.

Nell'attesa di ciò che accadrà, è già chiaro che la tessera offerta dal segretario di Sesto non lava l'onta né frena i propositi di Penati che minacciano il Nazareno: «Intimo che sia cancellata quell'abiura. Non c'è alcun motivo, né statutario né di altro genere, per cui io non debba essere reintegrato. Ho sollecitato la direzione nazionale del Pd, scrivendo sms. Tutti mi assicurano che ho ragione, ma ora è il tempo è scaduto. Non mi riscriverò in nessun caso».

L'uomo progetta di tornare in politica ma da indipendente. «Non è necessario essere iscritti per candidarsi alle primarie. Sala ha fatto le primarie e non era iscritto...». Il peso del soggetto, che ha ancora un suo perché e uomini suoi, ricorda le catene degli spettri. Così si aggira Penati per i corridoi del Pd.