La perla del Rinascimento che ospita concerti classici tra i dipinti leonardeschi

San Maurizio, aperta gratis dai volontari Touring, è la chiesa-museo con i capolavori di Luini e Foppa

Elena Fontanella

Ci sono luoghi in cui respirare sacralità e pace, in cui gustare la profondità della nostra anima sommersi dal silenzio e dalla bellezza. Ci sono luoghi in cui si riesce a comprendere come possa svilupparsi nella mente umana il concetto di animus loci, quel non so che che un luogo riesce ad emanare facendocelo percepire in contatto con qualcosa di trascendente, di immateriale. Ci sono luoghi creati dall'uomo che riescono a portarci in questa dimensione atemporale grazie all'arte. Molti «cercatori d'anima» (usando un'espressione che monsignor Gianfranco Ravasi utilizza per definire gli artisti) riescono talvolta a ricreare questa particolare sensazione di contatto con la nostra interiorità offrendoci intense occasioni di dialogo con la profondità del nostro essere.

Anche in una caotica e indaffarata città come Milano esistono questi luoghi in cui ri-trovarsi e soffermare il proprio cammino con lo stesso stupore innocente che Manzoni vede in Renzo mentre osserva da lontano le rosate guglie del Duomo.

Ebbene, tra i tanti luoghi di questa Milano che meritano una pausa di stupore e meraviglia c'è la chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore in corso Magenta a fianco del museo archeologico cittadino. Aperta al pubblico grazie all'intervento ammirevole dei volontari (sempre disposti a offrire interessanti approfondimenti) del Touring Club.

È sufficiente fare un passo oltre la soglia per essere letteralmente risucchiati all'interno di un capolavoro, definito la cappella Sistina di Milano. Un ciclo pittorico di scuola leonardesca ricopre ogni millimetro di superficie della chiesa. Non sembra di osservare un'opera d'arte ma di farne parte, tanto la sapiente capacità di utilizzare colore e forma per trasportare il visitatore nello spazio «altro» di un racconto sacro incombe su chi entra.

La chiesa annessa al monastero benedettino di clausura è di origine paleocristiana ma cinquecentesca nella sua visione attuale. La sua architettura esterna ci suggerisce la sovrapposizione storica di Milano attraverso due torri: una posteriore poligonale, residuo imponente delle mura romane che ai tempi dell'imperatore Massimiano cingevano la città, e una quadrata che costituiva un pilone portante dell'antico circo per la corsa delle bighe.

Il monastero di clausura, di cui la chiesa di San Maurizio faceva parte, era il più grande e potente della città. Dopo secoli di florida attività fu soppresso nel 1798 da Napoleone subendo diversi utilizzi: caserma, scuola femminile, ospedale. Nell'Ottocento venne parzialmente abbattuto il chiostro maggiore per la realizzazione di via Luini e via Ansperto e, con i bombardamenti della seconda guerra mondiale, venne definitivamente cancellato anche il secondo chiostro. Quel poco che restava fu adibito a sede del Museo archeologico di Milano da cui si può ammirare la cripta ancora intatta.

Il nostro capolavoro fu costruito nel 1503 per opera di due «archistar» dell'epoca: Gian Giacomo Dolcebuono e Giovanni Antonio Amadeo, impegnati in quel periodo anche nella realizzazione del tiburio del Duomo, della Certosa di Pavia e della Chiesa di San Celso.

L'impressionante decorazione pittorica - summa enciclopedica dell'arte lombarda cinquecentesca non a caso citata da Stendhal - fu iniziata intorno al 1520 da pittori della cerchia di Leonardo da Vinci - impegnato in quegli anni a Milano nella realizzazione della «Vergine delle rocce» - tra i quali probabilmente Giovanni Antonio Boltraffio.

L'impresa fu finanziata dalla potente famiglia Bentivoglio (imparentata per vie traverse con il duca di Milano Gian Galeazzo Sforza) che destinò alla clausura del convento quattro figlie tra cui una Alessandra, per ben sei volte badessa del convento e raffigurata negli affreschi. La commissione pittorica fu affidata all'artista più quotato tra l'aristocrazia dell'epoca, Bernardino Luini che vi realizzò una magistrale storia della passione di Cristo. L'affresco più antico è attribuito a Vincenzo Foppa che con il suo cielo stellato della volta ricopriva l'ambito riservato al coro nell'aula delle monache. La decorazione si protrasse per decenni attraverso mani esperte che ci hanno lasciato un patrimonio di bellezza.

Trovate un momento per immergervi nel silenzio di San Maurizio al Monastero Maggiore, in corso Magenta aperto con accesso libero e gratuito da martedì a domenica dalle 9,30 alle 19,30. E non dimenticate di prendervi il giusto tempo per ritrovare il respiro della vostra anima.