Il piano dell'assessore: «Chiudere 80 ospedali sotto i 120 posti letto»

Potrebbe essere un terremoto sulla sanità lombarda il progetto di riforma dell'assessore leghista al Welfare Cristina Cantù che vorrebbe ridisegnare la rete ospedaliera. Un progetto che prevede strutture con 500 posti letto e l'immediata chiusura di chi non raggiunga quota 120. Una iattura per l'Ospedale santa Maria delle stelle di Melzo che si ferma a 119, ma anche per il Nuovo Ospedale di Broni e Stradella attrezzato per 112 malati. Ma la prospettiva di un'eutanasia anche per l'Asilo Vittoria di Mortara (104), l'Ospedale di circolo Cantù ad Abbiategrasso (112), l'Ospedale M.O. Antonio Locatelli (104), il san Martino di Mede (92), l'Ospedale D. Marta a Rivolta d'Adda (75), il P.O. di Asola (79), l'Ospedale Civico Rossi di Casalpusterlengo (82), quello Delmati di sant'Angelo Lodigiano (91). Tra gli Irccs privati sono sotto al soglia dei 120 posti letto il Centro medico di Castel Goffredo della Fondazione Maugeri (95) e l'Istituto Scientifico di Pavia. A Milano sempre della Maugeri l'Istituto scientifico di Riabilitazione. In tutto, a un primo censimento, la ghigliottina della Cantù si potrebbe abbattere su 79 ospedali per complessivi 5.383 posti letto. Con una stima devastante sull'occupazione perché, se portata a termine, l'operazione potrebbe costare il posto a oltre 16mila addetti.
Per nulla d'accordo l'assessore regionale alla Salute di FI Mario Mantovani che non si spiega «in base a quale criterio l'assessore Cantù ha stabilito che la cifra debba essere 120». Un progetto che non lo convince. «Quelli che vanno chiusi sono gli ospedali inutili o quelli che non servono ai pazienti. E questo non è una questione di numeri, ma di esigenze e prestazioni offerte». Una posizione piuttosto decisa quella di Mantovani. «Finché ci sono io - spiega - gli ospedali non si chiudono. Si potranno rivedere le loro funzioni o studiare delle soluzioni alternative, ma io non riduco niente. Non voglio rischiare di intaccare l'eccellenza della sanità lombarda».
Critico sul «piano» Cantù anche il primario cardiologo e consigliere regionale di Ncd Stefano Carugo contrario ad affidare al privato quello che il pubblico non copre. «Quello che ha fatto grande il welfare in Lombardia - il suo attacco - sono la sussidiarietà e la libertà di scelta. Affermare che il privato debba essere coinvolto solo nell'offrire “quello che il pubblico non copre”, vuol dire non solo rinnegare 18 anni di buona sanità, ma anche sostenere un strano principio di sussidiarietà all'incontrario».