Pisapia e Podestà fuggono dalla città metropolitana

Il tema appassiona i cittadini. I primi a sorprendersene sono i relatori del convegno sulla Città metropolitana ospitato a Palazzo Isimbardi, perché in tempi di antipolitica e crisi economica la fiducia in un nuovo contenitore istituzionale non è un dato scontato. Spiega Renato Mannheimer, autore di un sondaggio Ispo sull'argomento, che il 69 per cento è favorevole, con picchi dell'80 per cento tra i diciotto e i trentacinque anni.
Il gradimento per la città metropolitana è perfettamente omogeneo tra il Comune e la Provincia: le percentuali di gradimento sono uguali nell'hinterland e al centro di Milano, nei Comuni dell'Est come del Sud Nord e Ovest, nei comuni fino a 5mila abitanti come nei più grandi. Segnale che almeno nelle aspettative e nelle percezioni la grande Milano è già realtà. Sintetizza Mannheimer: «C'è più voglia di città metropolitana tra i giovani e i laureati. È forte il desiderio di partecipazione. Il 75 per cento degli intervistati chiede che il sindaco metropolitano sia eletto».
Il rischio è che si vada nella direzione opposta. E cioè che siano i 134 sindaci della Provincia a nominare quello che sarebbe un supervisore non scelto dai cittadini, ma cooptato direttamente dai partiti. È l'ipotesi sostenuta dall'assessore comunale, Patrizia Benelli, che vedrebbe bene un Giuliano Pisapia sindaco metropolitano di default.
Pisapia si smarca. dichiara di non voler ricoprire il rognoso incarico: «Dobbiamo uscire dalla polemica su chi sarà il sindaco metropolitano. A me non interessa fare il sindaco della città metropolitano. Ho già tanto da fare, sono impegnato da mattina a sera». Secondo lui, diventare sindaco metropolitano sarebbe «più un onere che un onore, soprattutto all'inizio». Spiega anche di tifare per «l'elezione diretta ma non per lo smembramento di Milano in nove Comuni»: una versione light della città metropolitana.
Un momento in cui la sorte delle Provincia è sempre più incerta. Il senso di inquietudine sul futuro si respira forte e chiaro nell'affollata aula consiliare della Provincia, dove si svolge il convegno dal titolo: «Governo metropolitano. Migliori servizi e meno costi per cittadini, famiglie e imprese». Tutti in attesa di sapere di che morte morire o come rinascere. Guido Podestà, presidente della Provincia, convintissimo sostenitore dell'elezione diretta da parte dei cittadini, fa anche lui un passo indietro da possibili candidature: «Il secondo mandato per la Provincia? Non lo faccio nemmeno se mi pagano».
Quel che accadrà non si sa. Dopo che la Corte costituzionale ha bocciato il provvedimento del governo Monti che pensava di far sparire le provincie così, per magìa ordinaria, il disegno di legge costituzionale del governo Letta rischia di incagliarsi per mancanza di accordo e anche di tempo, viste le procedure rigorose (con tanto di eventuale referendum) per modificare la Carta. La situazione italiana è quanto di più confuso esista. A Como è stato negato il voto, a Udine invece si è votato. È difficile dire che cosa accadrà a Milano. Ma un'ipotesi che si ripete nei corridoi tra gli addetti ai lavori è che in primavera anche la Provincia di Milano torni al voto.