Pomodoro fa riscoprire gli sconcertanti anni '50

Non aveva mai veramente chiuso, e quindi non si può nemmeno dire che riapra. Forse la parola più adeguata per descrivere questa fase della Fondazione Arnaldo Pomodoro è «rigenerazione», cioè un rinnovamento nel segno dell'origine. Dopo l'abbandono scioccante (ma trattato dai diretti interessati con un certo understatement) dell'immenso spazio di via Savona, ecco che la Fondazione si insedia in 200 mq di via Vigevano 9, a pochi metri da dove storicamente è collocato lo studio di Arnaldo Pomodoro.
La mostra con cui inizia l'attività espositiva è inoltre dedicata agli esordi milanesi del grande scultore marchigiano. «Una scrittura sconcertante», in programma da martedì 9 aprile (inaugurazione alle 18.00) al 28 giugno, raccoglie ventotto rilievi in piombo, argento, bronzo e alcuni disegni realizzati da Pomodoro tra il 1954 e il 1960.
Anni formidabili, quelli a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, per un intraprendente ventottenne sbarcato a Milano da Orciano di Pesaro, con in tasca un diploma da geometra e in prospettiva un lavoro al genio civile. Il giovane e talentuoso Arnaldo, quando non scolpisce, va a bere il frizzantino al bar Giamaica, frequenta i mitici Mercoledì di Germana Maruccelli, la sarta più illuminata e mondana del dopoguerra, si siede volentieri nel salotto di Fernanda Pivano ed Ettore Sottsass, dove ha come vicini di divano Montale e Kerouac.
Ma soprattutto non si perde una mostra di Lucio Fontana, un artista tanto grande quanto generoso, una fonte di stimoli, consigli e aiuti, talvolta anche in denaro, per i ventenni promettenti. È Fontana a indirizzare Pomodoro nei suoi primi passi in ambito creativo: è lui che lo invita ad attenuare l'influenza di Paul Klee sulle sue opere, e a trovare un modo per inserire i suoi segni arcaici in rigorosi solidi geometrici, scavati e quasi tarlati all'evenienza.
Nasce così quella «scrittura sconcertante» (come la definisce nel 1955 l'ingegnere e poeta Leonardo Sinisgalli) viscerale e allo stesso tempo severa, impulsiva e ritmica, che è al centro della mostra curata da Flaminio Gualdoni negli spazi di via Vigevano.
Dopo l'estate la Fondazione esporrà invece opere degli anni cinquanta di Enrico Baj, protagonista del Movimento Nucleare e di una scoppiettante stagione milanese fatta di riviste, manifesti, infuocati dibattiti di portata internazionale.
E chissà che l'insistenza sui decenni del dopoguerra, oltre che un progetto culturale, non sia anche un suggerimento lanciato da Pomodoro e dal suo staff a Milano.
Anche in quegli anni nella città ambrosiana giravano pochi soldi, gli spazi a disposizioni erano modesti, ma l'arte sapeva creare uno sconcerto fecondo, in grado di riscrivere l'assetto sociale.