«Porto a teatro la mia vita Non solo canzoni e non soltanto Felicità»

Dalla canzone al teatro. Al Bano, il grande cantante che a soli 16 anni venne dalla Puglia a Milano già con l'idea di seguire le orme di Domenico Modugno, sarà in scena martedì 30 aprile in unica data al Teatro Nazionale con lo spettacolo «Al Bano. È la mia vita: una storia da cantare», show che racconta la sua carriera, e non solo. La musica sarà parte preponderante della serata, con band dal vivo e coriste. Ma non si tratterà esattamente solo di un concerto: attraverso i racconti della sua vita, e supportato dalle immagini che scorreranno sullo sfondo, Al Bano sarà in scena per aprirsi al pubblico e raccontarsi direttamente agli altri.
È la sua prima esperienza in teatro. Ci sono sempre nuove sfide anche a 70 anni?
«Certo. La vita è bella proprio perchè si trovano occasioni diverse con cui confrontarsi. Con questo spettacolo io voglio spiegare al pubblico chi sono e cosa è stata la mia vita finora, il tutto con una buona dose d'ironia».
In scena porta 45 anni di vita, dagli anni '60 ad oggi. Che emozioni le da?
«Per me è un modo per far luce nelle zone buie, mostrandomi per quello che sono. Io non sono solo il cantante di Felicità: sono tantissimi anni che faccio questo mestiere, ho più di quattrocento canzoni in repertorio. Partirò proprio dalle canzoni per raccontarmi, alcune che per me hanno un significato profondo come Il Paradiso dov'è, Angeli, Amanda è libera, Un sasso nel cuore, Ti parlo del sud».
Nella sua vita un ruolo chiave l'ha avuto Milano....
«A Milano si è aperta per me una nuova vita. Se non ci fosse stata Milano non so se avrei fatto tutto quello che ho fatto: mille mestieri diversi, e sono felice di averli provati tutti. Ho fatto anche il cameriere perché avevo fame, dovevo mangiare: ma anche così ho conosciuto tante persone. Il locale dove lavoravo era per me un'aula di sociologia. Il mio intento era comunque quello di diventare un cantante. E così arrivano i primi contatti, i primi approcci alla musica leggera e gli incontri con il ricco gruppo di musicisti, cantautori, attori che ruotavano a Milano in quegli anni (Celentano, Jannacci, Gaber etc)».
Ci sono altri luoghi che l'hanno influenzata nella sua formazione o che ama particolarmente?
«Diciamo anche Roma è nel mio cuore: per la sua storia, la religione, è come la cassaforte di un grande tesoro».
Spesso ritorna la sua fede cristiana. L'ha aiutata nei momenti difficili, nei suoi drammi familiari?
«Mi son visto regalare momenti che non auguro ad alcun nemico. E in quei momenti provavo soprattutto rabbia. Solo nel tempo ho capito che avere Fede non vuol dire che non ti capitano le cose come a tutti, ma che è una forma di energia per affrontare la vita con più forza».
Prima al fianco di Romina, poi da solista, la sua fama come cantante è internazionale. Se è vero che la tradizione italiana riscuote sempre un grande successo, è dell'artista la responsabilità e la capacità di attualizzarla e rinnovarla?
«Dal 1967 ad oggi ho cantato ovunque. Se mi hanno chiamato da tutte queste parti un motivo ci sarà, e la meritocrazia secondo me esiste. Di cantanti italiani ne esistono tanti, il mio modo di concepire la canzone italiana reinterpreta e parte dalle mie origini pugliesi, ma in tantissimi anni di attività ha ormai acquisito e fatto miei tantissimi ulteriori spunti (Modugno, Villa, la musica nera di Ray Charles, Michael Jackson e molti altri).
Mi parli della sua passione per il cinema e i video. Dopo il teatro arriverà un film?
«Fare i "musicarelli" mi ha divertito molto e non rimpiango di non aver fatto ancora altro. Ma chissà in futuro...
Qual è il meccanismo creativo delle sue canzoni? Quanto conta il testo, la musica, e chi viene prima se c'è una priorità?
«Ogni canzone è come una bellissima donna, che con un vestito ad hoc è ancora più elegante. Quindi la musica è il corpo, il testo è l'abito. Ma vengono insieme».