È il presidente degli avvocati ma il primo pensiero va ai pm

Il nuovo capo dell'Ordine forense esordisce promettendo collaborazione ai magistrati E fa subito arrabbiare un bel po' di colleghi, secondo i quali ce n'è stata anche troppa

Neanche il tempo per i nuovi vertici di sedersi alla scrivania, e il mondo dell'avvocatura milanese è già in fibrillazione. Il rinnovo del consiglio dell'Ordine e l'elezione del nuovo presidente - chiamato a succedere a Paolo Giuggioli, scomparso improvvisamente poche settimane fa - sta portando alla luce con evidenza divisioni che non nascono certo oggi, ma finora erano rimaste sotto la cenere. La prima dichiarazione del nuovo presidente, Remo Danovi, è stata una promessa di maggiore «collaborazione» con la magistratura: un invito che non è andato giù a quella fetta di avvocati secondo cui in questi anni di collaborazione, e a volte di subalternità, ce n'è stata fin troppa. Uno per tutti, il commento di Mirko Mazzali, avvocato e consigliere comunale: «Più collaborazione con la magistratura ...di più ancora?....che facciamo li accompagniamo a casa la sera con la nostra macchina?».

A trovare indigesta l'uscita di Danovi è stato un po' tutto quell'universo di avvocati che fa parte della Camera penale, e che negli ultimi anni non ha risparmiato critiche alla magistratura nel suo complesso e a quella milanese in particolare. E se è ben vero che i penalisti sono una minoranza piuttosto esigua dei 25mila iscritti all'Ordine di Milano, è altrettanto vero che da sempre ne rappresentano l'ala più visibile ed impegnata. A queste elezioni, la lista che aveva come candidato presidente Vinicio Nardo - ex presidente della Camera penale - è arrivata al secondo posto. Il nuovo consiglio dell'Ordine si è trovato diviso in tre, senza che nessuna delle componenti avesse la maggioranza per governare da sola. Ma l'alleanza tra primo e terzo classificato ha portato alla elezione domenica come presidente di Remo Danovi, docente universitario, 75 anni, già per anni membro del consiglio e poi presidente del consiglio nazionale forense.

Che si trattasse di una scelta non particolarmente innovativa, lo si intuiva già dall'età del presidente e dall'alleanza che lo aveva sostenuto. Ma la prima uscita di Danovi ha confermato i dubbi degli sconfitti. La conferenza stampa, convocata da Danovi a 24 ore dalla sua elezione senza invitare la minoranza, è stata contestata da Nardo: «conferenza stampa di presentazione del Consiglio tenuta all'insaputa consiglieri. Si avvisa il comandante che non tutti i passeggeri intendono fare il viaggio verso il Rinnovamento dormendo in cuccetta», ha scritto polemicamente Nardo.

La battuta di Danovi sulla «collaborazione» ha fatto il resto. D'altronde al presidente scomparso, Giuggioli, insieme ai molti pregi veniva attribuito il difetto di non avere mai preso di petto la magistratura. Così la Camera penale si è trovata per anni da sola a prendere posizione di fronte a scelte dei giudici considerate intollerabili: come quando ha denunciato che a Milano per sveltire i processi i giudici toglievano la parola ai difensori e a volte li maltrattavano; o quando, con un volantino, ha accusato i magistrati milanesi di fare solo «propaganda basata su dati incompleti e parziali» quando sventolavano i loro risultati, e di non preoccuparsi «del rispetto e dei diritti e delle garanzie che sono alla base del processo penale». Denunce che la Camera penale dovrà continuare a fare da sola.