La prigione cinese a pochi metri dalle vie del lusso

Spogliate nude, incappucciate, incatenate mani e polsi ai letti, nastro adesivo addosso, picchiate con ferocia per due giorni e torturate con una siringa piena di candeggina. Ma chissà perché quei lividi ovunque, su braccia, cosce, collo e seno di tre ragazze cinesi non hanno fatto notizia. Perché nessuno si è alzato a dire, anzi a urlare che quella non era un semplice fatto di cronaca nera da relegare a pagina quattro o cinque delle edizioni milanesi dei giornali. Solo perché quelle botte erano date da aguzzini cinesi e soprattutto quelle ferite erano sui corpi di donne cinesi?
Fosse così sarebbe terribile. Un razzismo al rovescio. O più semplicemente la voglia di nascondere qualcosa che non si vuole vedere. Il terrore dell'accusa di xenofobia se si denuncia che all'interno di un'enclave straniera c'è tutta questa barbarie? E proprio nei giorni in cui il nostro parlamento vota le norme contro la violenza sulle donne. Con tutti pronti a (giustamente) esultare per la legge che farà uscire di casa i mariti violenti, ma indifferenti al fatto che nel centro di Milano tre donne di 27, 32 e 36 anni possano essere rapite e seviziate inviando ai loro familiari in Cina una richiesta di riscatto. Almeno 150mila euro in contanti da trovare immediatamente per evitare un'iniezione di candeggina nelle vene delle loro figlie. Con effetto evidentemente letale.
Un rapimento a scopo di estorsione, dunque, con tanto di torture e accanimento. Roba a cui in Italia non si è abituati. E che invece si ha il sospetto che non sia poi così rara nelle comunità cinesi. Perché se le tre donne sono riuscite miracolosamente a liberarsi dalla catene, di cui ai polsi e alle caviglie portano i segni, lanciandosi da un terrazzino e fratturandosi malleolo e calcagno, la domanda è quante siano quelle che non sono riuscite a fuggire. Quante siano state fatte sparire perché i parenti non hanno trovato i soldi del riscatto? Perché seppur nella prudenza degli investigatori e nell'omertà di Chinatown, è chiaro che contraffazione, prostituzione e tratta degli esseri umani non sono i soli affari della mafia gialla. Che anche il rapimento a scopo di riscatto è pratica diffusa. Ragazze attirate a Milano con la prospettiva di un lavoro e dopo un viaggio nell'inferno della clandestinità il sequestro. O la richiesta di ben più di quanto pattuito alla partenza.
E forse è il caso di ripeterlo. Questa non è solo cronaca nera, ma un fenomeno da reprimere con forza. Crimini che non possono essere rimossi solo perché riguardano donne cinesi per cui sembra si dia quasi per scontato l'essere abbandonate in balia di connazionali sanguinari. Quasi fosse cosa loro. E, invece, è cosa nostra. Anche perché l'appartamento dell'orrore dava su via Console Marcello e a pochi metri milanesi indifferenti conducevano e continuano a condurre la loro solita vita. E allora sarebbe stato troppo aspettarsi un intervento forte e indignato dell'assessore alla Sicurezza Marco Granelli? Ma forse era tutto impegnato a cercare casa ai rom. E il sindaco Giuliano Pisapia? Niente. Si stava spartendo con Brescia il colosso dell'energia A2A. Perfino da destra non si è levata l'usuale indignazione. Quasi che essere di nazionalità cinese, le faccia essere un po' meno donne. Che vergogna.